Francesco Pecoraro, La vita in tempo di pace

Ponte alle Grazie, 510 pagine, 16,80 euro

Mea culpa. Sono l’ultimo a segnalare un romanzo che è forse il più rilevante degli ultimi tempi. La ragione? Si è portati a diffidare dell’entusiasmo dei critici, che però stavolta era giustificato. Opera di un settantenne romano di ottime letture e di un’ulcerante capacità di guardarsi dentro e all’intorno, parla in prima persona della difficoltà di accettare il mondo e il paese in cui viviamo, travolti dalla sua capacità di distruggere e avvilire quel che ha avuto di buono. La prima persona del racconto si agita tra introspezione, insoddisfazione, rabbia e non se la prende con gli altri come è esercizio comune, procede a un’autoanalisi senza scuse.

L’ingegner Brandani, tra la Città di Dio (Roma) in cui è cresciuto e un Egitto che aspira alla solita modernizzazione, ingarbugliando passato e presente e ingurgitando psicofarmaci, accusa ma anche si autoaccusa, procede a un’autocoscienza instancabile, da medioborghese “senza qualità” che ha seguito il flusso della storia partecipando a speranze e disastri della sua generazione (è nato nel 1945, ha fatto il sessantotto). Memoria e storia s’intridono della stessa incapacità di scegliere e filtrare il meglio e di affermarlo, e la sola utopia è solo un mitico mare risanatore, prenatale e mortuario. La coscienza del flagello è privata e pubblica, il narratore non la nasconde anche se a tratti sembra compiacersene.

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