05 agosto 2015 10:22

In una nuova edizione della Sinister, lanciata come speciale, ritorna, in copia restaurata della versione integrale (di tre ore e passa, quella italiana fu all’epoca scorciata e sconciata), il capolavoro di Akira Kurosawa I sette samurai (1954), con Rashomon il suo film più famoso. Fresco come una rosa, godibile oggi come era stato godibile ieri, e per di più istruttivo per i grandi come per i piccoli!

Uno dei film imprescindibili nella storia del cinema che tutti devono aver visto, per capire il cinema e per capire cos’è un Autore. Impose in Europa e in America, anche presso il gran pubblico, un immaginario che erano in pochi a conoscere e frequentare, quello dei samurai giapponesi, speculare a quello dei paladini europei – I sette samurai si svolge a metà del sedicesimo secolo, non molto tempo dopo che l’Ariosto scrivesse l’Orlando furioso – ma contaminandolo, sempre a voler fare indebiti confronti da europei, con la letteratura del seicento che qui da noi si chiamò picaresca.

A occhi aperti sulla storia

Il risultato era una lezione di epica come al cinema se ne sono viste poche, nella magistrale ricchezza dei personaggi e delle vicende, nell’alternanza della quiete e della febbre, nel rendere il banale significativo e radicale, nella velocità ed essenzialità degli episodi, nella semplicità e immediatezza, diciamo anche saggezza, delle lezioni morali.

Il cinema di Kurosawa non chiuse mai gli occhi di fronte all’orrore della Storia

E c’erano, nel film di Kurosawa, un ritmo e una evidenza, una sorta di vitalità ed euforia narrativa che servirono da modello a un nuovo cinema western. I grandi film di Sergio Leone e Sam Peckinpah sono impensabili al di fuori di questo magistero, ma sono anche impensabili i due Brancaleone di Monicelli, che condivise con Kurosawa una tradizione umanistica evidente, e insomma degli ideali. Che possiamo chiamare tranquillamente socialisti, pensando stavolta all’ottocento.

Kurosawa aveva osato film di sinistra quando non andavano certo di moda, e anche quando la sua visione dell’uomo si fece col tempo più scura, vi restava sempre l’anelito alla speranza nell’invito alla solidarietà con gli esseri umani.

Gli autori di riferimento di Kurosawa furono più europei che asiatici: Tolstoj, Dostoevskij (di cui adattò mirabilmente L’idiota) e più indietro Shakespeare. Si trattasse di film in costume o di film d’ambiente contemporaneo, il cinema di Kurosawa non chiuse mai gli occhi di fronte all’orrore della Storia e agli abissi del male che insidiano l’animo umano, soprattutto in coloro che si rendono prigionieri delle proprie passioni, tra le quali la più micidiale e la più condannabile di tutte è per Kurosawa (e per Tolstoj, Dostoevskij, Shakesperare e scendendo più in basso forse anche per Peckinpah, ma certamente non per Leone) la passione per il potere.

Una clip della versione restaurata del film.


I sette samurai sono degli sfigati, assunti letteralmente per qualche manciata di riso da un villaggio di contadini che aspetta, dopo il raccolto, un’ennesima invasione di violenti banditi predatori. Lasceranno sul campo quattro di loro, ma vinceranno.

Però, alla fine, il loro saggio capo sentenzierà che a vincere sono stati in realtà i contadini, perché essi appartengono alla terra e alle stagioni, e nella loro perenne fatica e nella loro missione di coltivatori sono nutritori di tutti. I contadini hanno i loro difetti, ma hanno avuto sempre pregi immensi, e sono sempre stati la “classe” più necessaria di tutte.

In tempi di mastodontiche ipocrisie e menzogne multinazionali del genere di Expo, in tempi di manipolazioni genetiche e controllo della terra e di agricoltura come nuova fabbrica dove si sfrutta criminalmente il lavoro dei braccianti immigrati, il film di Kurosawa ci appare di involontaria attualità: i contadini hanno perso, nessun samurai ha voluto o saputo aiutarli, ma con loro ha perso il pianeta, ha perso l’umanità.