07 marzo 2016 17:58

È difficile immaginare due film più diversi: quello perfettamente yankee di Tom McCarthy, Il caso Spotlight, e quello cileno e “da festival” di Pablo Larraín Il club. Parlano però della stessa cosa, dei “preti deviati”, pedofili americani del nord nel primo caso e pedofili e altro, ma americani del sud, nel secondo. La chiesa cattolica è universale per definizione, e ha le stesse regole dovunque. Anche la stessa morale, che, come ogni morale, può venir declinata in modi diversi a seconda delle situazioni e degli individui. Ci si confronta con il peccato, peraltro il baluardo di tutte le religioni, in modi diversi e con scopi diversi a seconda delle situazioni e degli individui. In questo caso i registi e sceneggiatori, e i produttori.

Per il film statunitense, l’aspirazione è quella della denuncia democratica delle storture di un’istituzione, ricostruendo minuziosamente una “storia vera” – ma quante volte leggiamo sui manifesti cinematografici l’ipocrita messaggio, giustificativo anche del peggio, che il film è “ispirato a una storia vera”? – e cioè l’inchiesta del Boston Globe che portò alla denuncia di decine di casi di pedofilia all’interno del clero locale e, per estensione, alle migliaia di casi di pedofilia all’interno del clero cattolico mondiale.

Il caso Spotlight è un film accurato in ogni suo aspetto e somiglia al migliore di questo genere che ricordiamo, Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula sull’inchiesta del Washington Post che portò all’impeachment di Nixon. La fotografia è limpida, la recitazione impeccabile, la sceneggiatura costruita con la massima cura della chiarezza e della progressione. Si tratta infine di un’opera logica e coerente in ogni suo aspetto, secondo la convinzione molto wasp che il male esiste, ma che si può sconfiggere con le armi della ragione, che ovviamente è al servizio del bene in una società (in un sistema) dove le mele marce esistono, come ovunque, ma dove è possibile sconfiggerle in nome della giustizia e con i mezzi della democrazia.

Il secondo film, Il club, parla di alcuni preti chiusi, con una suora che li accudisce, in una sorta di casa di riposo obbligato, o meglio di confino, per peccatori gravi, peccatori da scandalo.

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La fotografia è brumosa e coinvolta, l’ambiente cupo e invernale, una cappa pesa su questo mondo e lo domina e intristisce. Figli di una cultura cattolica, Larraín e i suoi cosceneggiatori sanno che il peccato – quello originale della presenza del male nell’uomo – non è risolvibile con le armi della ragione, anche se di esse ci si può e ci si deve servire. Come in certi tormentosi drammi di una volta prodotti dalle culture europee, la francese e la polacca e le nordiche in primo luogo, la psicologia vuole far rima con la filosofia, con la teologia.

Presi dal male

Prima constatazione: in entrambi i film si parla molto di pedofilia, ma ci si guarda bene dal mostrarla nei processi della seduzione. Sono i grandi a raccontarla. La prima grande differenza tra questi due film è che nel primo – nordamericano, di cultura in sostanza protestante – i protagonisti sono i giornalisti, nel secondo – il Cile cattolico dove però è forte la componente dell’immigrazione europea protestante – sono i preti medesimi, peraltro non tutti pedofili anche se tutti malsani.

Seconda constatazione: il primo è un film for the millions, molto costoso, pensato per un vasto pubblico; è un film che intende combattere, in nome del “politicamente corretto”, una piaga sociale e le protezioni di cui ha goduto, senza mai dimenticare non le ragioni dei malsani ma quelle di chi ha cercato di evitare che il male venisse allo scoperto in nome del bene comune, del quieto vivere di una società e di una istituzione, la chiesa cattolica, che ne è tra le più forti colonne (l’aspetto forse più interessante del film è il racconto della società bostoniana e della sua classe dirigente, il racconto di una città). Il caso Spotlight si dà una finalità civile (e commerciale) prima che artistica.

Il secondo pensa al pubblico d’essai e vuol dimostrare innanzitutto di essere altamente intellettuale (più che altamente morale).

Per un film più serio sulla pedofilia sarebbe stato necessario amare di più i bambini e pensare di più ai tanti modi in cui se ne abusa, ovunque

Il primo, giocando di ragione, distingue tra incubi e succubi, tra pedofili e bambini, e critica le doppiezze dell’istituzione. Il secondo gioca di morbosità e abusa di letterarietà, vuole sembrare molto profondo e vuole scavare nel male, indagarne i modi, senza molta pietà per nessuno. Tutti sembrano ugualmente presi dal male (anche gli autori). Nessuno dei due film è minimamente pietoso nei confronti del male, ma il secondo ne è affascinato e respinto allo stesso tempo, e ci marcia sopra in modi piuttosto contorti, poco convincenti.

Manca a entrambi, ovviamente, la virtù della carità. Ma il primo, pensato per piacere ai tanti, vuole essere una difesa di un’ipotetica salute sociale mentre il secondo, pensato per i critici, flirta col male e finisce per risultargli mimetico e non per questo profondo.

Per un film più serio sulla pedofilia sarebbe stato necessario amare di più i bambini e pensare di più ai tanti modi in cui se ne abusa, a Boston, in Cile e dovunque. Non solo quelli sessuali. E quanto ai preti variamente peccatori – oltre a ricordare il vecchio adagio “fa’ quel che il prete predica e non quel che il prete fa” – la cosa più utile sarebbe un’inchiesta e un ragionamento sui modi in cui la chiesa, a seconda dei papi, ha chiuso o non ha chiuso gli occhi nella scelta dei suoi componenti, preti, vescovi e cardinali.