Bernardo Bertolucci sul set del film Piccolo Buddha, nel 1993. (Siemoneit/ullstein bild via Getty Images)

Le preziose contraddizioni di Bernardo Bertolucci

Bernardo Bertolucci sul set del film Piccolo Buddha, nel 1993. (Siemoneit/ullstein bild via Getty Images)
18 dicembre 2018 15:12

Scrivo a un mese di distanza dalla morte di Bernardo Bertolucci: non me la sono sentita di scrivere quando morì, anche se ci ho provato. Quella morte mi ha molto colpito, forse per ragioni biografiche. Ero più vecchio di lui di quattro anni, e ricordo la prima volta che lo incrociai al festival di Venezia dove venne presentato fuori concorso il suo primo film, La commare secca.

L’invidia è un sentimento che non mi è mai appartenuto, anche se Elsa Morante diceva essere un sentimento giustificabile poiché si invidia sempre qualcuno che ha qualcosa di più o di meglio di noi, ma allora (era il 1962 e lui aveva ventun anni) guardai a Bertolucci con un po’ di antipatia, diciamo così, di classe. Era reduce da Viareggio dove aveva avuto un premio “opera prima” per un libro di poesie e arrivava a Venezia con un primo film, era senz’altro un privilegiato. Figlio di un grande poeta, protetto da un grande regista come Pasolini, non aveva trovato nessuna difficoltà a esordire nel cinema. Franco Fortini doveva scrivere poco tempo dopo un epigramma che riguardava la sua famiglia (va ricordato anche il fratello Giuseppe, che conobbi molto meglio e di cui ho amato molto il lavoro teatrale e cinematografico e con cui ho condiviso molti entusiasmi, e anche su di lui bisognerebbe tornare) e ricordava la storia di Parma e delle sue stirpi di governanti: “E si scoprì che gli ultimi Ranucci / erano invece i primi Bertolucci”.

A tutto questo si aggiunse che io scrivevo sui Quaderni piacentini ed ero amico di Marco Bellocchio, e non avevano molto di simile Bernardo e Marco, così come non avevano molto di simile, benché confinanti, Parma e Piacenza, una città aristocratica e raffinata la prima (anche se ha dato grandi nomi e grandi lotte alla storia del movimento operaio e dell’antifascismo, e perfino alla storia dell’anarchia) quanto era invece concreta e terragna la seconda. Amai molto I pugni in tasca, ma amai molto anche Prima della rivoluzione, anzi forse di più perché nel suo protagonista qualcosa che mi concerneva, generazionalmente, lo ritrovavo, mentre nell’anti-eroe del secondo (che aveva la faccia indimenticabile di Lou Castel) proprio no, e quel tipo di rivolta, pur affascinandomi, non era affatto quello che sognavo e a cui pensavo.

La tragedia di un uomo ridicolo mi sembrò subito il film fondamentale dei nostri anni settanta

Il mio apprezzamento dell’opera di Bernardo è stato altalenante, ci sono film che ho molto amato e sono quelli più radicati nella nostra storia, i “piccoli” film italiani come Strategia del ragno, Il conformista, in parte La luna, più tardi L’assedio e soprattutto La tragedia di un uomo ridicolo, che considero tuttora un capolavoro e che mi sembrò subito il film fondamentale dei nostri anni settanta, quello che ha meglio saputo raccontare lo sconcerto di un’epoca, un’epoca che aveva alle spalle la tragedia, per tanti aspetti “ridicola”, del terrorismo. Il più bel film su quella svolta, tanto confusa quanto abominevole, della nostra storia, l’inizio della fine dell’Italia repubblicana e della sua identità e apertura. Mi parve e mi pare ancora incredibile tanta lucidità, e – anche se sembra un nonsenso – tanta partecipe comprensione e distanza. Una data storica, per me, la sua uscita.

Il contrario però di Novecento, anzi della seconda parte di Novecento, un film che continuo a considerare falso e velleitario nella sua primaria visione della nostra storia. Il Bertolucci “americano” poi, per quanto affascinante, non mi sembrava migliore del grande cinema di David Lean, dei suoi “romanzi” più illustrativi che originali, anzi. E per quanto riguarda Ultimo tango, pur amando quel che era riuscito a tirar fuori dal grande Brando, la prevalenza del letterario sul sincero mi sembrò il risultato di un’astuzia velleitaria e insincera, culturalmente “colonizzata” (ricordo la reazione di Pasolini all’enorme successo di quel film e di La storia di Morante, dettata da una strana mescolanza di ira e di invidia: “Farò qualcosa di più forte, e di più scandaloso, e di più grande successo”, diceva, e fece Salò e scrisse Petrolio, un film e un romanzo agghiaccianti che ebbero una grande risonanza ma non un uguale esito commerciale).

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Nonostante il successo, Bernardo Bertolucci restò una persona proba e tutto sommato serena, di grande civiltà e di grande cultura. Provavo per lui una grande simpatia, e ho sempre ammirato e apprezzato le sue rare sortite pubbliche. Fu forse l’eclettismo culturale il suo limite, in vero molto “borghese”. Non aveva, mi pare, e gliel’ho spesso rimproverato, una propria e precisa ispirazione, oscillando tra il locale e l’universale, tra il radicato e l’acquisito, tra l’arte e la divulgazione, tra la fedeltà a un ideale che nei momenti migliori seppe unire tradizione (Verdi) e nouvelle vague, e nei peggiori si fece prigioniera dell’ambizione di unire, come lui stesso ebbe a dire, Mosca a Hollywood passando da Parigi.

Ma averne, di artisti con le loro contraddizioni! A un mese dalla morte, mi pare che, come succede molto spesso in Italia, la cultura italiana lo abbia seppellito con tutti gli onori ma lasciandosene alle spalle quei suoi insegnamenti che sarebbe opportuno tenere in vita, e che sono di fatto le sue antinomie, quelle che (forse sbagliavamo? non lo credo) consideravamo, in pochi, le sue incoerenze.

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