18 maggio 2020 15:26

Gentile bibliopatologo,
ho un problema che mi affligge: comincio libri che non concludo. Sembra un problema banale che si potrebbe derubricare con un semplice “si vede che non ti piaceva”. Invece no, sono sicurissima che non è quello il problema, perché mi accade di continuo con una moltitudine di libri differenti. Mi sa che il primo che ho mollato era L’uomo senza qualità di Robert Musil. Anche se era digeribile come una peperonata, io adoro le peperonate. Niente da fare, mi succede sistematicamente. A un certo punto, mi annoio. Scopro che la storia non mi aveva appassionato poi tanto, e proseguire è più fatica che gusto. Non so come fare perché la lettura è un’attività che mi ha sempre consolato. Aiutami tu.

– Serena

Cara Serena,
a un certo punto, ti annoi. Tutto sta a capire che cosa ti accade in quel “certo punto”. Avanzo una congettura, prendendola come sempre un po’ alla larga. “Il dramma pirandelliano è, essenzialmente, il dramma del vedersi vivere”, scrisse il filosofo Adriano Tilgher in un saggio dei primi anni venti intitolato Il mondo poetico di Luigi Pirandello. Quando dalla nostra coscienza si estroflette un osservatore fantasma che si mette seduto a godersi lo spettacolo della nostra vita, avviene dentro di noi uno sdoppiamento foriero di guai. In una famosa intervista, Pirandello lo descriveva così:

Quando uno vive, vive e non si vede. Orbene, fate che si veda, nell’atto di vivere, in preda alle sue passioni, ponendogli uno specchio davanti: o resta atterrito e sbalordito del suo stesso aspetto, o torce gli occhi per non vedersi, o sdegnato tira uno sputo alla sua immagine, o irato avventa un pugno per infrangerla; e se piangeva, non può più piangere; e se rideva, non può più ridere, e che so io.

Ora, facciamo che il “che so io” lasciato in bianco da Pirandello sia la lettura. Ne consegue che il dramma di vedersi vivere ne contiene un altro più piccolo, che ne riproduce in scala ridotta i motivi essenziali, come L’assassinio di Gonzago incastonato nell’Amleto: parlo del dramma di vedersi leggere. La mia congettura è insomma che in quel “certo punto” di cui parli – l’attimo in cui scopri che della storia che stai leggendo tutto sommato non ti importa poi tanto – tu viva qualcosa di simile alla scena pirandelliana dell’attore che si sorprende allo specchio. Di colpo, appassionarti alle vicende mai accadute di personaggi mai esistiti ti appare come un’occupazione vana, forse anche un tantino ridicola, e così abbandoni il libro. Se leggevi, non puoi più leggere.

(Martin Barraud, Getty Images)

In effetti, la lettura implica una buona dose di sprezzo del ridicolo, come tutte le attività che richiedono un atto di fede più generoso dell’ordinario. La sospensione dell’incredulità che il romanzo esige da te sul frontespizio come sulla soglia di un tempio è un temporaneo sacrificium intellectus, o se preferisci un piccolo salto kierkegaardiano della fede (ma più innocuo, perché c’è sempre il mondo reale a far da rete nell’eventualità di una caduta). E, tuttavia, nel tuo caso c’è ben poco da fare: hai abbandonato la religione del romanzo e hai smesso di credere alle sue promesse. Naturalmente ne rimpiangi le consolazioni – quale ex credente disilluso non le rimpiangerebbe? – ma tutti gli esercizi devozionali di questo mondo non ti servirebbero a recuperarla.

La tua Vita di lettrice si è divincolata dalla Forma del romanzo, per usare un binomio caro a Pirandello e a Tilgher – tra i quali, oltretutto, corsero rapporti decisamente pirandelliani… Ma questo sarebbe un altro discorso, o un discorso nel discorso: tu devi già occuparti del tuo piccolo dramma nel dramma, e andare a caccia delle mille consolazioni che si trovano fuori dai libri.

Il bibliopatologo risponde è una rubrica di posta sulle perversioni culturali. Se volete sottoporre i vostri casi, scrivete a g.vitiello@internazionale.it.