Il primo ministro giapponese Shinzō Abe nel parlamento di Tokyo, il 16 luglio 2015.

Il Giappone dice addio alla costituzione di pace

Il primo ministro giapponese Shinzō Abe nel parlamento di Tokyo, il 16 luglio 2015.
23 luglio 2015 15:36

Cinquantacinque anni fa il premier giapponese Nobosuke Kishi rassegnò le dimissioni subito dopo aver vinto la battaglia per fare approvare in parlamento l’alleanza militare del suo paese con gli Stati Uniti. Le manifestazioni di protesta erano state così imponenti e violente che il suo capitale politico era ormai esaurito. Oggi suo nipote, il primo ministro Shinzō Abe, sta conducendo una battaglia piuttosto simile, ma dalla quale probabilmente uscirà indenne. Purtroppo.

L’obiettivo di Abe, conservatore come suo nonno, è l’articolo nove della “costituzione di pace” che il Giappone ha adottato dopo la seconda guerra mondiale. Quell’articolo mina la sua idea di un paese “normale”, che ha il diritto (come gli Stati Uniti, il Regno Unito o la Francia) di mandare le sue truppe a combattere all’estero.

L’articolo nove parla chiaro. Afferma che “il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione e alla minaccia o all’uso della forza come strumento di soluzione delle dispute internazionali. Le forze terrestri, navali o aeree, così come altri potenziali strumenti di guerra, non saranno mai più mantenuti”. Ci vorrebbe un avvocato davvero bravo per aggirarlo.

L’articolo nove era diventato la scusa perfetta per tenersi fuori da tutto quello stupido e sanguinoso gioco

Inoltre, è molto difficile cambiare la costituzione giapponese. Ci vuole una maggioranza di due terzi in entrambi i rami del parlamento, oltre che un referendum nazionale, per cambiare o abolire l’articolo nove. Abe perderebbe sicuramente un simile referendum: all’80 per cento dei giapponesi l’articolo nove va bene così com’è.

La cosa è paradossale. L’articolo è stato incluso nella costituzione del 1946 dalle autorità d’occupazione statunitensi, preoccupate che il Giappone si riarmasse e tornasse a minacciare il mondo. A metà degli anni cinquanta, tuttavia, gli Stati Uniti erano in piena guerra fredda con la Cina comunista e l’Unione Sovietica, e il sostegno militare giapponese in Asia gli faceva tremendamente comodo.

Ma a quell’epoca i giapponesi si erano ormai innamorati dell’articolo nove. Dopo tre milioni di morti in guerra e il bombardamento nucleare di Hiroshima e Nagasaki, non volevano più immischiarsi con la politica militarizzata delle grandi potenze. L’articolo nove era diventato la scusa perfetta per tenersi fuori da tutto quello stupido e sanguinoso gioco.

Il gruppo dei quattrocento

Questa però è l’opinione dei giapponesi comuni. Non è condivisa dall’élite, e il Giappone possiede un’élite che ha pochi eguali in altri paesi.

Uno storico giapponese mi ha spiegato che a prendere tutte le decisioni in Giappone sono circa quattrocento persone tra politici, dirigenti d’azienda e burocrati di alto rango. Queste persone si sono sposate tra loro per generazioni e sono quindi tutte imparentate alla lontana. Il che spiega perché il nipote di un criminale di guerra sia oggi il primo ministro giapponese.

C’è un interessante contrasto tra Nobosuke Kishi, diventato ministro delle munizioni del governo imperiale giapponese nel 1941, e Albert Speer, che Hitler nominò ministro degli armamenti e della produzione bellica all’inizio del 1942. Entrambi furono arrestati alla fine della guerra, e Speer fu condannato a vent’anni di prigione.

Si può dire che la maggior parte dell’élite abbia sempre voluto che il Giappone diventasse un ‘paese normale’, libero di entrare in guerra

Kishi invece non fu mai processato: rilasciato mentre Speer languiva nella prigione di Spandau, contribuì alla fondazione del Partito liberaldemocratico che da allora ha dominato la politica giapponese, e fu eletto primo ministro nel 1957. In realtà, quasi tutta l’élite imperiale era stata richiamata in servizio entro la metà degli anni cinquanta: gli Stati Uniti avevano bisogno che il Giappone si risollevasse in fretta e non aveva altra scelta.

Mezzo secolo più tardi, i loro discendenti sono ancora al potere. Il Giappone è una democrazia, ma in realtà gli elettori possono scegliere solo all’interno del gruppo dei “quattrocento”. Il fratello di Kishi, Eisaku Sato, è stato primo ministro per otto anni negli anni sessanta e all’inizio degli anni settanta, e suo nipote Abe è diventato primo ministro la prima volta nel 2006.

Si può affermare che la maggior parte dell’élite abbia sempre voluto che il Giappone diventasse un “paese normale”, libero di entrare nuovamente in guerra. Non pensano a guerre di aggressione, naturalmente, ma solo a guerre “giuste”, probabilmente a fianco dei loro alleati statunitensi. Il grande ostacolo è sempre stata l’opinione pubblica, ma Abe ha trovato un modo di aggirarla.

Se non puoi vincere un referendum sulla costituzione è meglio non organizzarlo affatto. Basta “reinterpretare” l’articolo nove in modo che affermi il contrario di quello che sembra dire.

È quello che ha fatto il governo Abe l’anno scorso, dichiarando che l’articolo nove in realtà permette all’esercito di entrare in guerra all’estero per proteggere gli alleati (la cosiddetta difesa collettiva) anche in mancanza di una minaccia diretta per il Giappone o i suoi alleati. Une definizione nella quale rientra praticamente qualsiasi evenienza immaginabile.

La settimana scorsa Abe ha fatto approvare alla camera bassa del parlamento due disegni di legge che ridefiniscono la politica e le strutture militari in base a tale “reinterpretazione”. Per l’approvazione manca il voto della camera alta, atteso entro settembre. I partiti dell’opposizione sono usciti dall’aula e migliaia di persone hanno protestato fuori del parlamento, ma ormai il fatto è quasi compiuto e non ci sarà alcun referendum al riguardo.

A meno che non nasca un movimento di massa contro questa cinica manipolazione del diritto, Abe la spunterà. La “costituzione di pace” dovrà cambiare nome e gli Stati Uniti avranno finalmente un Giappone pronto a combattere al loro fianco. Non c’è dubbio che ciò renderà il mondo un luogo più sicuro.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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