07 dicembre 2015 15:00

Il 6 dicembre, per la diciassettesima volta negli ultimi sette anni, il presidente Barack Obama ha parlato pubblicamente di una sparatoria di massa avvenuta negli Stati Uniti. In realtà nel paese ce ne sono già state 335 solo quest’anno, ma lui si occupa solo di quelle più gravi. Stavolta, però, Obama ha parlato dallo studio ovale della Casa Bianca.

Era successo solo due volte prima d’ora: in occasione della fuoriuscita di petrolio della piattaforma Deepwater Horizon e per la fine delle operazioni militari in Iraq, entrambe nel 2010. Nella sparatoria in California sono morte 16 persone: non è stata neanche la strage più grave avvenuta durante la sua amministrazione, ma ha ricevuto un trattamento speciale perché era un attacco terroristico.

Obama ha dovuto farlo perché basta pronunciare la parola “terrorismo” per mandare nel panico totale molti statunitensi e per indurre in molti politici statunitensi degli spasmi di esagerazione oratoria. Un esempio emblematico è quello del governatore del New Jersey e candidato alle primarie del Partito repubblicano Chris Christie, che ha dichiarato: “Dobbiamo abituarci all’idea che siamo nel mezzo della prossima guerra mondiale”.

Per gli statunitensi la possibilità di annegare nella vasca da bagno è 170 volte più alta di quella di essere uccisi dai terroristi islamici

La prossima guerra mondiale? L’ultima guerra mondiale ha ucciso almeno quaranta milioni di persone. La prossima, la terza guerra mondiale che tutti aspettavano quando io ero bambino, avrebbe dovuto ucciderne centinaia di milioni, sempre che non avesse causato un inverno nucleare e miliardi di morti. Con tutto il rispetto che meritano le vittime, i 16 morti di San Bernardino non sono abbastanza per evocare una nuova guerra mondiale.

E neanche i 130 francesi (più qualche straniero) uccisi a Parigi il mese scorso, né i 224 passeggeri dell’aereo russo abbattuto in Egitto alla fine di ottobre. In Europa il terrorismo islamico uccide al massimo qualche centinaio di persone all’anno. Ma negli Stati Uniti non uccide praticamente nessuno.

Prima di questa settimana, solo sedici cittadini americani erano stati uccisi da terroristi islamici sul territorio degli Stati Uniti negli ultimi 14 anni (tredici soldati uccisi dallo psichiatra dell’esercito Nidal Malik Hasan a Fort Hood, in Texas, nel 2009, e tre nell’attentato contro la maratona di Boston nel 2013). In media, considerando anche i morti di San Bernardino, fanno due morti all’anno.

Allora perché Obama non ha concluso il suo discorso dicendo che per gli statunitensi la possibilità di annegare nella vasca da bagno è 170 volte più alta di quella di essere uccisi dai terroristi islamici? Perché nessuna figura pubblica negli Stati Uniti ha il diritto di dire che la minaccia terroristica è molto piccola per tutto l’occidente e microscopica per chi vive nel territorio americano.

Questo però non si può dire, perché oltre seimila soldati americani sono stati uccisi in due guerre all’estero che sono state giustificate con gli attentati dell’11 settembre (anche se Obama ha avuto il coraggio di dire, nel suo discorso, che quelle guerre hanno in realtà fatto il gioco dei terroristi).

Non si può dire perché quasi tremila statunitensi sono morti l’11 settembre: quel singolo attentato, avvenuto quattordici anni fa, ha definito per sempre le dimensioni della minaccia terroristica nella testa degli americani, nonostante le probabilità che un simile attentato possa essere organizzato oggi siano estremamente basse. Nel 2001 nessuno si aspettava un simile attacco. Oggi sì.

Nessuno dei tre attentati degli ultimi 14 anni è stato progettato all’estero. Sono stati tutti eseguiti da cittadini statunitensi

Da un lato c’è una “guerra al terrore” da miliardi di dollari, sostenuta dall’establishment della sicurezza e della difesa statunitense che ha ricevuto per questo enormi finanziamenti. Dall’altro c’è una ridottissima minaccia terroristica contro cui gli sforzi di quell’establishment sono perlopiù inutili, poiché gli attentatori sono cani sciolti che sono cresciuti nel paese e si sono radicalizzati da soli.

Nessuno dei tre attentati degli ultimi 14 anni è stato progettato all’estero. Sono stati tutti eseguiti da cittadini statunitensi o titolari di visti permanenti. Queste persone, per quanto sappiamo oggi, non erano neppure in contatto con organizzazioni come Al Qaeda o il gruppo Stato islamico (sebbene Tashfeen Malik abbia giurato fedeltà a quest’ultimo sulla sua pagina Facebook prima di partecipare al massacro di San Bernardino).

Gli estremisti islamici rappresentano una minaccia esistenziale in Siria e in Iraq. Sono una seria minaccia per altri paesi arabi e un problema relativamente più lontano per altri paesi musulmani. Per i paesi occidentali, asiatici e africani che non hanno una grande comunità musulmana sono solo una seccatura strategica.

Le potenze esterne che vogliono combattere gli islamisti nel loro territorio (come i paesi della Nato e la Russia, che oggi stanno bombardando lo Stato islamico in Siria) non devono illudersi che questo sia necessario per la loro sicurezza. E non devono nemmeno preoccuparsi che questi bombardamenti possano provocare degli attentati sul loro territorio. Questi attentati avranno luogo indipendentemente da quello che gli Stati Uniti e altri paesi stanno o non stanno facendo all’estero. Ma un paese che può ignorare le 63 sparatorie che hanno avuto luogo nelle sue scuole dall’inizio dell’anno può tranquillamente sopravvivere a un piccolo attentato islamista ogni tanto.

(Traduzione di Federico Ferrone)