Uno slogan sulla torre Eiffel, a Parigi, alla fine della conferenza internazionale sul clima, il 13 dicembre 2015. (Li Genxing, Xinhua Press/Corbis/Contrasto)

La paura e la tecnologia salveranno il clima?

Uno slogan sulla torre Eiffel, a Parigi, alla fine della conferenza internazionale sul clima, il 13 dicembre 2015. (Li Genxing, Xinhua Press/Corbis/Contrasto)
14 dicembre 2015 17:55

L’accordo firmato il 12 dicembre a Parigi da quasi duecento governi si è rivelato molto migliore di quanto si sarebbe potuto sperare anche solo un mese fa.

I principali responsabili delle emissioni di gas serra, la Cina e gli Stati Uniti, sono finalmente parte dell’accordo, e sono state stanziate cifre significative per aiutare i paesi poveri a ridurre l’inquinamento e affrontare il riscaldamento climatico. È stato addirittura stabilito l’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura a 1,5 gradi centigradi, invece dei due gradi fissati come traguardo all’apertura della conferenza.

Per questo le migliaia di delegati che hanno passato due settimane a mercanteggiare sui dettagli dell’accordo in un centro congressi si sono sentiti pienamente in diritto di festeggiare e congratularsi a vicenda per aver portato a termine la loro missione. Di fronte a tutto questo, è un peccato che purtroppo l’accordo non basterà a fermare il riscaldamento climatico.

Il limite di due gradi d’aumento era di per sé troppo elevato. Inizialmente è stato scelto perché una volta raggiunto questo valore gli scienziati si aspettano che i processi di retroazione scatenati dal riscaldamento cominceranno a innalzare la temperatura in maniera molto, ma molto più decisa. Si trattava in realtà di una cifra piuttosto vaga: arrivati all’incirca tra gli 1,75 e i 2,25 gradi di aumento, gli effetti di retroazione saranno innescati e la situazione si farà davvero disperata.

Siamo già di fronte a un pericoloso innalzamento della temperatura, con tempeste più forti, inondazioni più violente e siccità più lunghe

Per motivi politici, quindi, il limite è stato fissato a due gradi. Al di là di questo valore, ci è stato detto dai governi, si verificherebbe un “pericoloso riscaldamento”. Ma è un’assurdità. Siamo già di fronte a un pericoloso innalzamento della temperatura, con tempeste più forti, inondazioni più violente e siccità più lunghe. E siamo appena a un grado di aumento.

Arrivati a circa due gradi di aumento si verificherà una catastrofe: un riscaldamento fuori controllo che non potrà più essere fermato azzerando le emissioni di anidride carbonica provocate dagli esseri umani. La natura comincerà a fare da sé e noi ci ritroveremo intrappolati su una scala mobile a senso unico che ci porterà a un aumento di tre, quattro, cinque o perfino sei gradi. Moriranno centinaia di milioni di persone, forse miliardi, perché gran parte del pianeta non sarà più abitabile.

Se non vogliamo rischiare una cosa del genere sarà meglio non avvicinarsi nemmeno a due gradi di aumento. Quindi l’adozione del limite di 1,5 gradi è un importante passo avanti. Ma attenzione: i governi hanno solo promesso “di fare tutti gli sforzi per limitare l’aumento della temperatura a 1,5 gradi”, non di riuscirci. L’unico impegno ferreo rimane quello di non superare i due gradi di aumento e, peraltro, non c’è alcuna garanzia che questo avverrà.

Per evitare un fallimento come quello dell’ultimo vertice sul clima di Copenaghen del 2009, stavolta nessuno si è neanche sognato di imporre effettivamente dei limiti nazionali alle emissioni. Ogni paese è stato semplicemente invitato a proporre i tagli alle emissioni che era disposto a fare. La somma di tutte queste promesse di tagli (sempre che siano mantenute) sarà tutta la riduzione globale di emissioni che vedremo nei prossimi cinque anni.

Gli esperti delle Nazioni Unite hanno fatto i loro calcoli, concludendo che questi tagli sono assolutamente insufficienti. Se è questo il massimo che si riesce a fare, allora siamo destinati a un aumento di almeno 2,7 gradi, o anzi molto superiore, visti gli effetti di retroazione.

Nessuna delle trattative della conferenza di Parigi ha cambiato, o anche solo provato a cambiare, queste cifre. Siamo quindi condannati a un riscaldamento inarrestabile? Non necessariamente.

Non siamo ancora fuori della palude, ma probabilmente stiamo andando nella direzione giusta

La maggior parte dei negoziatori sa che i tagli che oggi sono politicamente impossibili potrebbero diventare possibili tra cinque o dieci anni, se il costo delle energie rinnovabili continuerà a calare, se le tecniche come la cattura e sequestro del carbonio (ccs) diventeranno economicamente sostenibili, e se la gente finirà per essere abbastanza spaventata da un clima che diventa sempre più incontrollabile ogni anno che passa.

Per questo all’interno del trattato è stato incluso un processo di revisione. Ogni cinque anni, a partire dal 2018, sarà compilato un “inventario” per esaminare i progressi effettuati nella riduzione delle emissioni da parte di tutti i paesi, che saranno incoraggiati ad aumentare il proprio impegno e ad accelerare i tagli.

Quel che sarà concretamente realizzato dipende da fattori politici, economici e tecnologici che non possono ancora essere calcolati. Ma la paura è un potente incentivo, e non c’è governo al mondo che non sia spaventato dalla prospettiva di un grosso cambiamento climatico. In realtà molti di questi governi si sarebbero spinti molto oltre a Parigi, se non avessero avuto paura di scavalcare troppo l’opinione pubblica del loro paese.

Ma l’opinione pubblica finirà per cambiare, perché ci saranno grossi danni e tanta sofferenza nel mondo man mano che ci avvicineremo agli 1,5 gradi. Cambierà abbastanza velocemente da permettere ai governi di agire in tempo e in maniera decisa? Nessuno può saperlo.

O forse saranno semplicemente le nuove tecnologie verdi a rivoluzionare le cose, rendendo antieconomici i combustibili fossili e superfluo l’intervento dei governi? Anche questo è impossibile da sapere, anche se molti ci sperano.

Non siamo ancora fuori della palude, ma probabilmente stiamo andando nella direzione giusta. A questo punto sarebbe opportuno spendere una buona parola per un’organizzazione troppo spesso bistrattata, le Nazioni Unite. Si tratta dell’unico contesto in cui è possibile portare avanti dei negoziati globali di questo genere, e le sue capacità, le sue tradizioni e il suo personale sono stati fondamentali per giungere a un esito più o meno felice.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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