05 maggio 2017 10:24

Come altri presidenti degli Stati Uniti prima di lui, Donald Trump ha invitato l’attuale presidente palestinese alla Casa Bianca, comunicandogli che c’erano “ottime possibilità” di un accordo di pace tra Israele e uno stato, presto indipendente, chiamato Palestina.

Neanche Abu Mazen, se l’è sentita d’interrompere questa tradizione. Al pari del suo predecessore Yasser Arafat (che ha visitato la Casa Bianca 24 volte durante i due mandati presidenziali di Bill Clinton), ha concluso la visita del 3 maggio con un commento ottimistico: “Signor presidente, con uno come lei la nostra speranza è viva”. Ma il “processo di pace” è ancora morto.

Sono ormai 22 anni che continua a essere morto, dall’assassinio di Yitzhak Rabin, il primo ministro israeliano che aveva sottoscritto gli accordi di Oslo del 1993. Questi accordi di pace sancivano la “soluzione a due stati” in base a cui gli stati d’Israele e Palestina avrebbero vissuto fianco a fianco, come concordato durante le trattative di pace. Ma l’estremista ebraico che ha ucciso Rabin nel 1995, perché aveva promesso uno stato ai palestinesi, ha ucciso anche gli accordi di Oslo.

Nelle braccia della destra
Nel corso delle successive elezioni, che dovevano determinare il successore di Rabin, il movimento estremista Hamas, contrario a qualsiasi compromesso tra palestinesi e israeliani, ha sferrato una grande campagna terroristica all’interno d’Israele. Il suo obiettivo era spingere gli elettori israeliani nelle braccia del partito di destra Likud, a sua volta contrario agli accordi di pace. E c’è riuscito.

Il vincitore delle elezioni del 1996 è stato Benjamin Netanyahu, che è rimasto primo ministro per oltre metà del tempo trascorso da allora a oggi. Solo una volta, in un discorso tenuto all’università di Bar-Ilan nel 2009, ha pubblicamente accettato il principio di uno stato palestinese demilitarizzato ma indipendente all’interno di una parte dei territori conquistati da Israele nel 1967. Ma lo ha fatto solo per compiacere gli Stati Uniti, non perché ci credesse davvero.

Durante l’ultima campagna presidenziale israeliana, nel 2015, un giornalista del sito d’informazione israeliano Nrg aveva chiesto a Netanyahu se era vero che uno stato palestinese non sarebbe mai nato finché lui fosse rimasto primo ministro. “Bibi” (come lo chiamano in Israele) aveva risposto semplicemente: “Verissimo”.

Di solito Bibi è un po’ più prudente e comunica le sue vere opinioni sulla “soluzione a due stati” agli israeliani attraverso piccoli gesti e ammiccamenti. Deve rassicurare gli israeliani che votano per lui che la cosa non succederà mai, ma troppa franchezza infastidisce Washington, che preferisce continuare a fingere che un giorno, in qualche modo, uno stato palestinese potrebbe ancora vedere la luce.

Affermazioni rivelatrici
I ministri del governo di Netanyahu non subiscono la stessa pressione e non devono quindi fingere allo stesso modo, visto che quasi tutto quello che dicono non viene tradotto dall’ebraico. Il giornalista britannico Mehdi Hasan ha raccolto alcune delle loro affermazioni più rivelatrici, come quelle del ministro dell’interno Silvan Shalom il quale, di fronte a un gruppo di attivisti del Likud, ha dichiarato: “Siamo tutti contrari a uno stato palestinese. La cosa è fuori di dubbio”.

E ancora Naftali Bennett, il ministro dell’istruzione, che nel 2013 ha dichiarato al New Yorker: “Farò tutto quanto in mio potere per fare sì che non abbiano mai uno stato”. Oppure Tzipi Hotovely, la vicepremier, che ha detto ai diplomatici israeliani: “Questa terra è nostra. È tutta nostra… Dobbiamo pretendere che la comunità internazionale riconosca il diritto d’Israele di costruire delle case per gli ebrei nella loro terra, ovunque”.

E poi il ministro dell’agricoltura Uri Ariel, che nel 2013 ha dichiarato: “Dobbiamo affermare chiaramente che non ci sarà uno stato palestinese a ovest del fiume Giordano”. Infine il più schietto di tutti, il ministro della scienza e della tecnologia Danny Danon: “Basta con la soluzione a due stati. Gli accordi che prevedono di restituire terra in cambio della pace non valgono più. Non vogliamo uno stato palestinese”.

E quindi l’ennesimo tentativo di rianimare il cadavere del rimpianto processo di pace è una pura farsa. È un rito che i presidenti statunitensi officiano, perlopiù per motivi interni, e al quale Abu Mazen si presta solamente perché ha un disperato bisogno di farsi vedere in compagnia di leader politici di una certa autorità (nel 2005 è stato eletto presidente dell’Autorità nazionale palestinese con un mandato di quattro anni, ma da allora non ci sono più state elezioni).

Israele è diventato così forte militarmente da poter agire come una piccola super potenza regionale

Le colpe sono tante e vanno suddivise tra tanti soggetti. La principale organizzazione islamista palestinese, Hamas, ha smesso di riconoscere l’autorità di Abu Mazen nel 2009 e da allora governa la Striscia di Gaza, la sua roccaforte, come un proto-stato palestinese autonomo. Questo dà agli israeliani la scusa, piuttosto fondata, di sostenere che non esiste un’autorità palestinese unica con cui possono negoziare.

La triste verità è che il tempo di una soluzione a due stati è passato. Israele è diventato così forte militarmente da poter agire come una piccola superpotenza regionale. Non ha quindi più bisogno di cedere territori in cambio della pace. Molti degli stati arabi vicini, ossessionati dalle minacce alla sicurezza e da guerre civili molto più gravi che pesano su di loro, collaborano in silenzio con Israele ormai da vari anni.

L’autorità d’Israele su oltre 4,5 milioni di palestinesi senza cittadinanza dura ormai da mezzo secolo. Non ci sono ragioni plausibili di credere che non debba durare altri cinquant’anni, anche se potrebbero esserci esplosioni di resistenza palestinese di tanto in tanto.

(Traduzione di Federico Ferrone)