Una moschea a Doha, Qatar, 9 giugno 2017.

Resa dei conti in Qatar

Una moschea a Doha, Qatar, 9 giugno 2017.
04 luglio 2017 10:10

La data limite imposta dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati al Qatar affinché accettasse le loro richieste “non negoziabili” è stata posticipata al 5 luglio. Dato che il Qatar ha già spiegato di non volersi piegare – spiegando che le richieste ricevute “ricordano l’atteggiamento di stati ‘arroganti’ che storicamente hanno sempre portato alla guerra” – lo spostamento della data indica che gli stati arroganti non sanno cosa fare.

Avevano pensato che i qatarioti si sarebbero sottomessi alle loro minacce, e non si sono preoccupati di immaginare un piano alternativo se il primo non avesse funzionato. Dunque adesso cosa accadrà? L’Arabia Saudita invaderà il Qatar? Potrebbe farlo facilmente se lo volesse: il Qatar ha un decimo della popolazione saudita, un confine di terra privo di difese e un esercito di piccole dimensioni.

Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha il sostegno di Donald Trump (ma non quello del dipartimento di stato degli Stati Uniti) nella sua opera d’isolamento del Qatar e sarebbe probabilmente anche in grado di convincere Trump ad accettare un’invasione. Stiamo inoltre parlando dell’uomo che ha spinto l’esercito saudita a scatenare la terribile guerra civile in Yemen per il semplice (e ampiamente infondato) sospetto che l’Iran stesse fornendo aiuto militare ai ribelli.

I termini di Bin Salman per mettere fine al blocco del Qatar erano così duri da far pensare che in realtà volesse che fossero respinti.

Il Qatar dovrebbe allinearsi “militarmente, politicamente, socialmente ed economicamente, oltre che finanziariamente” con l’Arabia Saudita e i suoi alleati. In pratica, niente più politica estera indipendente, e controlli più serrati in patria.

Le richieste impossibili
Tra le 13 richieste presentate c’era quella di chiudere completamente il gruppo d’informazione Al Jazeera, che ha sede in Qatar e il cui network televisivo satellitare è la testata d’informazione meno censurata e più affidabile del mondo arabo.

Il Qatar avrebbe dovuto interrompere ogni contatto coi Fratelli musulmani, un movimento islamico perlopiù non violento e democratico, che era stato tra le forze propulsive delle primavere arabe nel 2010 e 2011. Avrebbe dovuto smettere di sostenere i gruppi ribelli islamisti radicali siriani, in particolare l’organizzazione nota fino alla fine dello scorso anno come Fronte al nusra (prima che cambiasse nome per occultare i suoi legami con Al Qaeda).

Il Qatar avrebbe dovuto consegnare tutti gli individui accusati di “terrorismo” (un termine molto ampio nei quattro paesi che sostengono il blocco). E avrebbe dovuto espellere tutti i cittadini di questi paesi che vivono oggi in Qatar (presumibilmente per evitare che fossero contaminati dal clima sociale e politico relativamente aperto che vige nel paese).

I quattro paesi che sostengono il blocco stanno in realtà tentando di sopprimere le idee democratiche nella regione

Infine il Qatar doveva interrompere praticamente tutti i contatti diplomatici e commerciali con l’Iran, nonostante quasi tutte le sue entrate derivino dagli enormi giacimenti di gas che condivide con l’Iran. E come se non bastasse, avrebbe dovuto pagare dei risarcimenti per il disturbo arrecato e accettare un regolare monitoraggio che verificasse il suo rispetto di queste condizioni nei prossimi dieci anni.

I quattro paesi che sostengono il blocco (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto, rispettivamente tre monarchie assolute e una dittatura militare) stanno in realtà tentando di sopprimere le idee democratiche nella regione. L’accusa secondo cui il Qatar “sostiene il terrorismo” sarebbe più convincente se l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti non stessero facendo proprio la stessa cosa.

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Entrambi i paesi hanno finanziato il Fronte al nusra e chiuso un occhio sui suoi legami con Al Qaeda, dal momento che stava combattendo il regime del presidente siriano Bashar al Assad, dominato dagli sciiti. Il denaro è stato spesso consegnato in borse piene di contante depositate in alberghi turchi, quindi è probabile che parte di esso sia arrivato nelle mani del gruppo Stato islamico.

Un prezzo alto
Adesso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti condannano il Qatar per una cosa che loro hanno appena smesso di fare. Qualsiasi scusa per imporre un embargo funzionerebbe comunque nel mondo arabo: troppo forte è il peso dei due paesi perché qualcuno si opponga. L’accusa di “sostenere il terrorismo” gli permette inoltre di coinvolgere gli Stati Uniti (o perlomeno uno statunitense male informato di nome Donald Trump).

Il Qatar pagherà un prezzo alto per il suo rifiuto di sottostare alle richieste saudite. Importa quasi tutto il cibo che consuma e nel futuro dovrà farlo arrivare per via marittima o aerea, visto che il confine di terra con l’Arabia Saudita sarà chiuso in maniera permanente. Ma il Qatar è abbastanza ricco da pagare questo prezzo.

L’Arabia Saudita si limiterà a usare le sue risorse finanziarie per impedire agli altri di commerciare con il Qatar

Alla fine è quasi sicuro che non ci sarà un’invasione saudita. I diecimila soldati statunitensi di stanza in Qatar non offrono alcuna protezione politica (Washington darà sempre la priorità all’Arabia Saudita). Ma le poche centinaia di soldati turchi di base nel paese contribuirebbero a difendere il Qatar, se questo decidesse di resistere. “Non ci serve il permesso di nessuno per creare delle basi militari tra paesi partner”, ha dichiarato il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. “Sosteniamo e apprezziamo la posizione del Qatar nei confronti delle 13 richieste. Si tratta di un modo estremamente sgradevole di cercare d’interferire con i nostri accordi”.

Anche queste parole contengono una dose d’ipocrisia, visto che lo stesso Erdoğan sosteneva il Fronte al nusra. Ma l’Arabia Saudita non correrà il rischio di una guerra, per quanto piccola, con la Turchia, e si limiterà a usare le sue risorse finanziarie per impedire agli altri paesi di commerciare con il Qatar.

Come ha detto al Guardian l’ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti in Russia, Omar Ghobash, “una possibilità sarebbe imporre alcune condizioni ai nostri partner commerciali e dirgli che se vogliono collaborare con noi dovranno fare una scelta commerciale” boicottando il Qatar. Ma è probabile che neanche questa strategia funzioni. Il principe Mohammed bin Salman ha cominciato un’altra battaglia che non è in grado di vincere.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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