Arthur James Balfour all’Università ebraica di Gerusalemme, 1925. (Photo12/UIG via Getty Images)

Le origini del conflitto tra Israele e Palestina

Arthur James Balfour all’Università ebraica di Gerusalemme, 1925. (Photo12/UIG via Getty Images)
02 novembre 2017 10:12

Il 2 novembre ricorrono i cent’anni da quando, in piena prima guerra mondiale, il governo britannico inviò una lettera, nota come dichiarazione Balfour, che tre decenni dopo avrebbe portato alla creazione dello stato d’Israele.

[La lettera](https://it.wikipedia.org/wiki/Dichiarazione_Balfour_(1917) fu ufficialmente inviata a Walter Rothschild, capo della Federazione sionista britannica, dal ministro degli esteri britannico, Arthur James Balfour, il 2 novembre 1917. La versione iniziale, tuttavia, era in realtà stata riscritta vari mesi prima da Rothschild e Chaim Weizmann, futuro presidente dell’Organizzazione sionista mondiale, su richiesta di Balfour.

Le cose sarebbero potute andare diversamente se come ministro degli esteri ci fosse stato un altro politico, il conservatore George Nathaniel Curzon, il quale invece avrebbe ottenuto l’incarico solo due anni più tardi. All’epoca Curzon aveva dichiarato a Balfour: “Non ritengo che il legame degli ebrei con la Palestina, terminato 1.200 anni fa, legittimi alcuna sorta di rivendicazione. Se così fosse, avremmo più diritto noi di reclamare la Francia” (buona parte del territorio francese è stato soggetto al dominio dei re inglesi fino al quindicesimo secolo).

Un testo ambiguo ma non troppo
Ma a scrivere la lettera fu Balfour. Il passaggio chiave recita così: “Il governo di sua maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina, né i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre nazioni”.

Nel testo ci sono chiaramente alcune espressioni ambigue: “focolare nazionale” (national home) era un termine inventato per evitare di promettere agli ebrei un vero stato. Ma alle “comunità non ebraiche della Palestina” (600mila persone, perlopiù arabi musulmani) si prometteva la protezione solo dei loro “diritti civili e religiosi”, non di quelli politici. L’implicazione era quindi evidente: l’obiettivo finale era la creazione di uno stato ebraico.

Perché i britannici hanno voluto sprecare il loro tempo su una questione così periferica, in un’epoca in cui temevano di perdere la guerra? Il fatto è che la rivoluzione russa stava spingendo Mosca, un’importante alleata del Regno Unito, fuori dalla guerra, e doveva passare ancora molto tempo prima che il nuovo alleato, gli Stati Uniti, spedissero un grande esercito in Europa. Le casse di Londra si stavano velocemente vuotando. La principale (anche se inconfessabile) ragione della dichiarazione Balfour era che nel Regno Unito credevano che gli ebrei controllassero le banche.

La dichiarazione Balfour fu dunque pubblicata e così cominciò la lotta secolare per il controllo della Palestina

Non era vero e l’unico ebreo del gabinetto di guerra britannico, Edwin Montagu, aveva scritto un memorandum sull’“antisemitismo dell’attuale governo (della Gran Bretagna)”. Ma alcuni componenti del gabinetto erano cristiani devoti, che prendevano il Vecchio testamento quasi alla lettera, la Francia aveva già diffuso cinque mesi prima una ancor più generica dichiarazione di sostegno a uno stato ebraico in Palestina, e il Regno Unito temeva che anche la Germania stesse per fare lo stesso.

La dichiarazione Balfour fu dunque pubblicata e così cominciò la lotta secolare per il controllo della Palestina. Inizialmente il territorio includeva tutta la provincia ottomana della Palestina, di cui le truppe britanniche si stavano impossessando in quel periodo. Il Libano, che si trova a nord lungo la costa mediterranea rispetto all’attuale Israele, fu invece dato alla Francia nel corso degli accordi di pace.

Poi nel 1921 Winston Churchill, appena nominato ministro delle colonie, convocò una conferenza al Cairo durante la quale decise che il territorio a est del fiume Giordano sarebbe stato trasformato in un regno arabo chiamato Transgiordania (diventato in seguito semplicemente Giordania), dove gli insediamenti ebraici sarebbero stati vietati.

Lo spartiacque dell’olocausto
Alcuni sionisti protestarono per questa perdita di territorio che credevano fosse stato loro promesso. Chaim Weizmann scrisse a Churchill, sostenendo che “i territori di Gilead, Moad e Edom … sono storicamente, geograficamente ed economicamente legati alla Palestina, ed è da questi campi, adesso che le ricche pianure del nord sono state sottratte alla Palestina e date alla Francia, che oggi dipende in gran parte il successo del focolare nazionale ebraico…”.

Molti sionisti pensavano che questi cambiamenti fossero solo temporanei, oppure erano consapevoli di quanto sarebbe stato difficile ottenere una maggioranza ebraica anche nel territorio rimasto, dove all’epoca vivevano solo 94mila ebrei.

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Oggi Israele controlla tutto il territorio residuo, ma la popolazione rimane per metà araba, se si contano i palestinesi che vivono in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza occupate.

Rimane ancora aperta la questione se uno stato ebraico pienamente indipendente sarebbe mai potuto esistere in Medio Oriente se l’olocausto non avesse prodotto un massiccio flusso d’immigrati in fuga dalla shoah o dalle sue conseguenze. Ed è stata proprio la shoah a mutare a suo favore la posizione delle grandi potenze (Unione Sovietica inclusa), rendendo possibile la risoluzione delle Nazioni Unite che ha legittimato lo stato d’Israele nel 1948.

Ma è improbabile che Israele sarebbe esistito senza l’impulso iniziale dato dalla dichiarazione Balfour al progetto sionista. È incredibile cosa possa ottenere un manipolo di uomini determinati quando si trovano al posto giusto e al momento giusto.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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