La premier britannica Theresa May a Bruxelles, il 24 novembre 2017.

I nodi della Brexit vengono al pettine

La premier britannica Theresa May a Bruxelles, il 24 novembre 2017.
13 dicembre 2017 13:27

I politici non mentono mai. O almeno quasi mai. Non sono mai totalmente sinceri, di norma. Ma sanno che se mentono, prima o poi saranno beccati e allora saranno guai seri. Quindi gli basta cambiare argomento, oppure rispondere a una domanda diversa da quella che gli è stata posta, o semplicemente continuare a parlare senza dire niente fino a quando tutti si annoiano e passano ad altro.

La premier britannica Theresa May ha un brutto rapporto con la verità ultimamente. Ha ottenuto il suo incarico quando il referendum dell’anno scorso si è concluso con un leggero vantaggio per i sostenitori dell’uscita dall’Unione Europea, la Brexit, e l’ex primo ministro David Cameron ha dovuto dimettersi. Il suo compito è portare il paese fuori dall’Ue, ed è stato un incubo, visto che i suoi ministri sono equamente divisi tra sostenitori della permanenza e quelli dell’uscita.

Ma poi il conduttore radiofonico Iain Dale le ha rivolto in diretta la domanda che probabilmente temeva più di tutte: oggi voterebbe per la Brexit se ci fosse un altro referendum? May non ha potuto dire di no, perché sta guidando i negoziati con l’Ue sull’uscita. E non poteva dire sì, perché sarebbe stata una bugia. E quindi si è mostrata titubante ed elusiva.

Oggi May non voterebbe per l’uscita, e probabilmente non lo ha fatto neanche al primo referendum

Dale l’ha ascoltata e poi, in maniera molto educata, le ha rifatto la stessa domanda. Lei ha titubato di nuovo. E quindi Dale le ha nuovamente posto la domanda. E poi di nuovo. Dopo quattro volte, era chiarissimo a tutti che oggi May non voterebbe per l’uscita, e che probabilmente non lo ha fatto neanche al primo referendum. È difficile essere una politica, a volte.

Il Regno Unito è oggi per metà fuori dell’Ue. O meglio il governo May ha usato metà del tempo a sua disposizione per raggiugnere un accordo amichevole di divorzio e per decidere i termini commerciali successivi alla separazione con l’Ue, di gran lunga il principale partner commerciale del Regno Unito. Sfortunatamente non ha negoziato metà delle decisioni che avrebbe dovuto prendere, e anzi neppure un quarto. Al massimo un decimo.

Il ritardo è quasi interamente dovuto alle profonde divisioni all’interno del suo consiglio dei ministri. Metà di questi ultimi sono a favore della Brexit, alcuni di essi sono anzi dei fanatici della necessità di uscire, mentre l’altra metà sperava segretamente che il referendum avesse un esito opposto. E se proprio devono uscire, preferiscono non allontanarsi troppo.

Tutta la questione sta nel decidere tra un’opzione “morbida” e una “dura”. I fanatici vogliono una Brexit “dura”, secondo cui il Regno Unito uscirebbe dall’Ue senza praticamente alcun accordo commerciale successivo alla Brexit, mentre i loro avversari vogliono restare nell’unione doganale e perfino nel “mercato unico” (nel quale tutti i paesi dell’Ue aderiscono a standard comuni per beni e servizi).

May non può permettersi di alienarsi una delle due parti prendendo posizione, poiché la conseguente guerra tra i suoi ministri farebbe probabilmente cadere il governo, e i conservatori difficilmente vincerebbero le elezioni successive.

Uscire allo scoperto
La premier non è stata in grado di dire ai suoi colleghi quale strada avrebbe preso, e lo stesso è accaduto con i negoziatori dell’Ue. Sono quindi passati 18 mesi senza che fossero raggiunti grandi risultati.

Adesso è stata costretta a uscire allo scoperto, se non altro dalla “questione irlandese”. L’unico confine terrestre tra il Regno Unito e l’Ue si trova in Irlanda: l’Irlanda del Nord fa parte del Regno Unito e sta quindi uscendo dall’Ue. La repubblica d’Irlanda rimarrà invece nell’Ue. E quindi dovranno ovviamente esserci dei posti di frontiera e altri controlli in quel confine dopo la Brexit.

Ma non potrà esserci un confine troppo militarizzato o è probabile che in Irlanda del Nord riprenderà la guerra. Parte dell’accordo che ha convinto i combattenti dell’Ira ad abbandonare le armi vent’anni fa è stata la garanzia di un confine “morbido” tra le due parti dell’Irlanda, senza controllo dei documenti, controlli doganali né barriere di alcun tipo. Se tale accordo sarà violato, probabilmente non passerà molto tempo prima che riprendano gli omicidi.

Theresa May non poteva continuare a ignorare la questione, poiché la sua maggioranza parlamentare dipende dal sostegno di un piccolo partito nordirlandese. Alla fine, ha dovuto accettare quello che ha definito un “allineamento normativo” tra il Regno Unito e l’Ue pur di mantenere aperto quel confine. Per una serie di motivi pratici, ciò significa che il Regno Unito deve restare nell’unione doganale e nel mercato interno dell’Ue, anche se non avrà più alcuna voce in capitolo sul modo in cui questi saranno gestiti.

Questo riduce l’intera Brexit a una totale assurdità: il Regno Unito pagherà 40 miliardi di euro di compensazioni per “uscire” dall’Ue e finirà per trovarsi praticamente al punto di partenza. È sempre meglio di un’uscita brutale senza accordi, e può darsi che May l’abbia segretamente sempre desiderato, ma ci sarà prima o poi una ribellione da parte dei sostenitori della Brexit nel suo governo.

E quindi, in realtà, tutte le ipotesi sono ancora possibili: Brexit dura, Brexit morbida o perfino la prospettiva di lasciare tutto com’è e rimanere nell’Ue. L’uscita è sempre stata un’idea stupida, e al potere non ci sono sicuramente delle persone adulte.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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