Soldati dell’esercito yemenita ad Al Shurayja, nello Yemen, il 27 marzo 2018. (Saleh Al-Obeidi, Afp)

La guerra nello Yemen serve a punire l’Iran

Soldati dell’esercito yemenita ad Al Shurayja, nello Yemen, il 27 marzo 2018. (Saleh Al-Obeidi, Afp)
30 marzo 2018 10:35

“Dobbiamo parlare con voce ferma e denunciare il regime per quel che è: una minaccia alla pace e alla sicurezza di tutto il mondo”, ha dichiarato nel dicembre 2017 l’ambasciatrice degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, Nikki Haley, cercando di ottenere un maggiore sostegno alle sanzioni internazionali contro l’Iran, e forse un vero e proprio attacco al paese. Adesso ci risiamo.

Chi ha una certa età ricorderà quello che è accaduto dopo l’invasione statunitense dell’Iraq, con il diluvio di rapporti d’intelligence statunitensi d’alto livello sulle presunte armi di distruzione di massa irachene, usati per giustificare l’attacco. “Tutti” erano in pericolo, probabilmente anche Bolivia, Svizzera e Nepal, e quindi tutti dovevano sostenere l’invasione.

Il presidente George W. Bush voleva rovesciare Saddam Hussein, il dittatore iracheno, e i servizi d’intelligence statunitensi hanno lavorato per trovare delle ragioni che sostenessero questo programma. Ci è stato detto che Saddam aveva cercato di comprare uranio in Niger (una falsità, fondata su documenti inventati). Gli Stati Uniti non potevano permettersi di aspettare le prove definitive delle intenzioni di Saddam “in forma di fungo atomico”, dichiarò allora il presidente Bush.

Gli errori si ripetono
Alla fine gli Stati Uniti hanno avuto la loro guerra, senza trovare alcuna prova di un programma di produzione di armi di distruzione di massa in Iraq. Ma non hanno imparato nessuna lezione. All’Onu Haley ha provato a gettare le fondamenta per un’analoga avventura di Trump in Medio Oriente. Stessa storia, giorno diverso.

Il copione è il seguente. L’Iran è una potenza aggressiva ed espansionistica che minaccia chiunque in ogni luogo del mondo. La prova sarebbe che sta aiutando i cattivi nello Yemen, gli houthi, a scagliare missili sugli innocenti cittadini sauditi. Anzi sta proprio fornendo i missili ai malvagi houthi.

Questi ultimi, un’ampia tribù sciita dello Yemen settentrionale, sono effettivamente dei ribelli, e controllano ormai buona parte del paese, compresa la capitale. La cosa ha fatto infuriare i sauditi, che avevano messo al potere il precedente governo, nel 2012, con l’obiettivo di reprimere le rivolte che avevano infiammato lo Yemen durante le primavere arabe.

Ai sauditi non è piaciuto vedere il loro uomo rovesciato, e hanno quindi creato una coalizione di nove stati arabi sunniti e hanno cominciato a bombardare lo Yemen nel 2015.

Secondo l’Onu almeno 8.670 persone sono state uccise e 49.960 ferite da quando la coalizione è intervenuta nella guerra in Yemen. Ma il 25 marzo uno degli assai poco precisi missili degli houthi ha ucciso una persona nella periferia di Riyadh, la capitale dell’Arabia Saudita.

Le ragioni del conflitto


La macchina della propaganda antiraniana si è infiammata. “Questa azione aggressiva e ostile da parte del gruppo houthi, sostenuto dall’Iran, dimostra che il regime iraniano continua a sostenere il gruppo armato (houthi) con strumenti militari”, ha dichiarato il portavoce della coalizione Turki al Maliki. E l’inimitabile Nikky Haley ha dichiarato che il missile “aveva forse degli adesivi ‘made in Iran’ attaccati”.

È questo il nocciolo della questione: l’Iran sta effettivamente fornendo agli houthi i missili lanciati contro l’Arabia Saudita? Se è così, gli Stati Uniti – il principale alleato dell’Arabia Saudita – hanno una scusa per attaccare l’Iran.

La loro accusa dipende fondamentalmente dalla distorta ma diffusa convinzione che gli yemeniti, e in particolare i ribelli sciiti del nord, siano troppo “arretrati” per poter costruire o perfezionare missili da soli. Ma buona parte delle armi delle forze armate yemenite, compresa una serie di missili balistici a corto raggio elaborati a partire dai vecchi scud sovietici, è caduta nelle mani degli houthi nel 2015-2016.

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Nessuno di questi missili potrebbe aver raggiunto Riyadh, ma aumentare la gittata di un semplice razzo come lo scud non sarebbe un’operazione fantascientifica. Basterebbe ridurre il peso della testata missilistica e allungare il corpo del razzo in modo da permettergli di contenere più carburante.

Tra gli houthi ci sono molte persone che sanno come farlo, e pare che sia proprio quello che hanno fatto. Il missile aggiornato non è preciso (una sola vittima saudita su almeno quaranta lanci), poiché allungarlo e alleggerire la testa modifica l’equilibrio, ma la cosa rinfranca il morale degli houthi perché gli permette di rispondere a tutti i bombardamenti subiti.

Il Jane’s information group, creato nel 1898, è il principale gruppo indipendente al mondo che si occupa d’intelligence e analisi su questioni militari. Ecco quel che nel 2017 Jeremie Binnie – editor per il Medio Oriente e l’Africa – ha scritto a proposito dei razzi nello Yemen su Jane’s Intelligence Review.

“Il Burkan-2h sembra utilizzare un nuovo tipo di testata fabbricata localmente. Sia l’Iran sia la Corea del Nord hanno mostrato di possedere derivati dello scud dotati di testate a forma di pennuto, ma nessuno di questi corrisponde alla versione osservata in Yemen. La gittata dei missili Burkan sembra inoltre essere stata aumentata grazie a una riduzione del peso delle sue testate”.

Non inganniamoci sugli adesivi “made in Iran”. Gli yemeniti non sono stupidi, sono in grado di modificare i missili da soli. Anche se l’altra versione dei fatti si adatta meglio agli obiettivi dell’amministrazione Trump.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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