05 novembre 2020 14:23

Quando leggerete queste parole la situazione sarà probabilmente più chiara rispetto al momento in cui le scrivo, ma già adesso possiamo trarre alcune conclusioni sulle elezioni negli Stati Uniti.

La prima è che abbiamo assistito alla replica delle presidenziali del 2016. La composizione del collegio elettorale e l’identità del prossimo presidente sono ancora in dubbio, ma conosciamo i numeri del voto popolare. Il divario è simile a quello di quattro anni fa, quando Hillary Clinton era la candidata democratica.

Attualmente Joe Biden ha conquistato il 50 per cento dei voti, contro il 48 per cento di Donald Trump. Considerando che negli stati ancora incerti la battaglia è serrata, difficilmente queste percentuali cambieranno. Questo significa che Biden ha ottenuto almeno tre milioni di voti in più rispetto a Trump. Questo vantaggio, però, non gli garantisce la vittoria, così come i tre milioni di voti in più non hanno garantito la vittoria a Clinton nel 2016.

Il collegio elettorale, dunque, rappresenta ancora un problema, e il grande cambiamento demografico che avrebbe dovuto scongiurare una vittoria repubblicana è ancora lontano.

È molto probabile che assisteremo alla prosecuzione della guerra culturale che ha già ossessionato e deturpato gli Stati Uniti

In secondo luogo i repubblicani sono quasi sicuri di conservare la maggioranza al senato. Di conseguenza potranno bloccare qualsiasi legge che i democratici dovessero proporre in caso di vittoria di Biden, compreso ogni tentativo di affrontare il tema del collegio elettorale (una missione disperata in ogni caso).

La mancata conquista del senato impedirà ai democratici anche di nominare nuovi giudici per la corte suprema, ovvero l’unica soluzione per ribaltare la maggioranza conservatrice messa in piedi dai repubblicani all’interno dell’alto tribunale (attualmente 6 giudici contro 3). Questo significa che un’eventuale decisione della corte suprema per ripristinare il divieto di aborto o per smantellare le riforme sanitarie di Obama sarebbe impossibile da cancellare.

Infine è molto probabile che assisteremo alla prosecuzione della guerra culturale (quasi sempre senza armi) che ha già ossessionato e deturpato gli Stati Uniti. Se Trump dovesse perdere le elezioni ma continuasse a negarlo, ventilando l’accusa di brogli (evento abbastanza scontato), lo scontro si intensificherà. Per Trump la presidenza è una questione esistenziale. Se la perdesse, infatti, rischierebbe una valanga di procedimenti giudiziari.

C’è chi sostiene che un’amnistia potrebbe spingere Trump ad accettare la sconfitta elettorale e abbandonare la Casa Bianca senza fare troppo chiasso. Sarebbe un’ottima idea, se solo potesse funzionare. Sfortunatamente Joe Biden potrebbe offrire a Trump soltanto un’immunità dai processi federali, mentre alcuni dei problemi legali più seri di Donald Trump sono a livello statale.

La voce ai tribunali
Dunque Trump è costretto ad aggrapparsi alla leadership del Partito repubblicano e a scatenare il maggior numero possibile di contenziosi legali sul voto e sullo spoglio. Quando lavorava nel campo immobiliare il suo primo istinto era quello di paralizzare i suoi avversari con un balletto di cause e ingiunzioni, anche se le probabilità di vittoria nei tribunali erano scarse. In questo modo Trump poteva quantomeno guadagnare tempo.

In questo caso esiste anche la possibilità, seppur risicata, che una causa arrivi fino ai suoi amici della corte suprema.

La battaglia nei tribunali sarà lunga e sfiancante, e le elezioni non regaleranno agli Stati Uniti nessun “sollievo” o “soluzione”.

Nel momento in cui scrivo sembra che Biden riuscirà a spuntarla e diventerà il 46° presidente del paese. Ma la sua vittoria non sarà abbastanza convincente, sia per molti statunitensi sia per gli stranieri. Fuori dai confini del paese, a partire dal 2016, si è diffusa una considerazione che le ultime elezioni hanno ulteriormente rafforzato: non ci si può fidare degli Stati Uniti.

Il fatto che gli statunitensi abbiano quasi rieletto Donald Trump dopo averne potuto osservare il comportamento ogni giorno (letteralmente) per quattro anni non lascia ben sperare sul buon senso dell’opinione pubblica. Se metà degli statunitensi non riesce a riconoscere un ciarlatano così sfacciato, forse queste persone non dovrebbero avere la possibilità di uscire di casa senza la supervisione di un adulto.

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Come ci si può fidare di un paese simile? Per fare un esempio, Biden potrebbe riportare gli Stati Uniti all’interno dell’accordo di Parigi sul clima (da cui sono usciti ufficialmente il 4 novembre), ma poiché è in realtà un trattato il senato non lo ratificherebbe mai. Obama è riuscito a farlo approvare sostenendo che non fosse un trattato, ma è difficile che un trucco del genere possa funzionare due volte.

Lo stesso discorso vale per le alleanze e per gli accordi commerciali: con Biden alla presidenza sarebbero al sicuro, ma i governi stranieri non potrebbero farci affidamento sul lungo periodo.

I partner e gli alleati dovranno cercare sicurezza altrove, perché a questo punto è chiaro che Trump non è stato un’anomalia. “L’altra America” sarà sempre a un passo dalla conquista del potere, ed è un’America tanto deprecabile quanto inaffidabile.

(Traduzione di Andrea Sparacino)