Joe Biden è stato tre volte fortunato. Non solo ha vinto le primarie del Partito democratico e poi le elezioni presidenziali. Ma dopo gli eventi eversivi del 6 gennaio assumerà le sue funzioni di presidente degli Stati Uniti con un’opposizione repubblicana in preda al caos, e probabilmente la situazione non cambierà per molto tempo. Niente di tutto questo era atteso e neanche probabile.

“Solo alcuni giorni fa la stampa e i commentatori avevano dichiarato la mia candidatura morta”, si era stupito Biden quasi esattamente un anno fa, dopo aver stravinto le primarie nel South Carolina. La sua candidatura era stata considerata morta prima che gli elettori afroamericani dello stato gli dessero il loro travolgente sostegno.

Quella prima vittoria aveva permesso a Biden di rientrare in corsa. Due giorni dopo, durante il cosiddetto super martedì, aveva vinto in dieci dei quattordici stati in ballo ottenendo di fatto la nomination democratica. Ma se il South Carolina avesse organizzato le sue primarie anche solo qualche giorno dopo, Biden si sarebbe presentato al super martedì da perdente e probabilmente sarebbe uscito di scena.

La cerimonia d’insediamento

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Ha avuto fortuna, anche se non è stato un anno facile per essere il candidato democratico. Donald Trump era preso in giro e detestato dal resto del mondo e da quasi metà della popolazione statunitense. Ma alla “base” di Trump questo non interessava, perché l’economia del paese andava a gonfie vele.

La stampa statunitense stava facendo del suo meglio per far apparire esaltante la corsa alle presidenziali, perché è di questo che avrebbe dovuto parlare e scrivere per gran parte del 2020. In realtà per i presidenti degli Stati Uniti in carica che si presentano per un secondo mandato, la rielezione è quasi sempre garantita se l’economia va bene.

Il secondo colpo di fortuna per Biden è arrivato appena dieci giorni prima della vittoria in South Carolina, quando negli Stati Uniti sono apparsi i primi casi di covid-19. A marzo l’epidemia era fuori controllo ma Trump, consapevole che la sua rielezione dipendeva dalla crescita economica, non ha preso provvedimenti per rallentare i contagi.

Il rifiuto di Trump di adottare misure contro la pandemia è stato motivato più da preoccupazioni elettorali che ideologiche

Altri leader populisti hanno fatto lo stesso. Rispetto ad altri paesi il premier britannico Boris Johnson ha sempre agito con una o due settimane di ritardo, e il numero dei morti in proporzione alla popolazione nel Regno Unito è perfino peggiore che negli Stati Uniti. In Brasile il presidente Jair Bolsonaro ha minimizzato la minaccia del covid-19, come d’altronde ha fatto il primo ministro ungherese Viktor Orbán. Ma nessuno era candidato alla rielezione nel 2020.

Il rifiuto di Trump di adottare misure contro la pandemia, come il confinamento, è stato motivato più da preoccupazioni elettorali che ideologiche: se l’economia si fosse fermata, lui avrebbe rischiato di perdere le elezioni. Ma naturalmente anche una serie di decessi di massa finisce per bloccare l’economia. Per Trump l’anno è terminato con un’economia in rovina, quattrocentomila vittime a causa del covid-19 e una sconfitta elettorale.

La grande bugia
Poi, incredibilmente, Trump ha fatto a Biden un altro regalo: l’assalto al congresso di Washington tentato dai suoi sostenitori il 6 gennaio.

Biden aveva davanti a sé un mandato difficile, con almeno il 70 per cento degli elettori repubblicani e una maggioranza di deputati di quel partito sedotti dalla “grande bugia” di Trump, secondo cui lui era il vero vincitore delle elezioni, che erano state “rubate” dai democratici. È stato Adolf Hitler, non Joseph Goebbels, a dare il nome a questa tecnica, che funziona ancora.

“La grande bugia ha sempre una certa forza di credibilità”, scrisse Hitler nel Mein kampf, “perché… nella primitiva semplicità delle loro menti (le grandi masse) sono abbagliate più facilmente da una grande bugia che da una piccola, poiché loro stesse dicono spesso piccole bugie in questioni di poco conto, ma si vergognerebbero di ricorrere a menzogne su larga scala. Non gli verrebbe mai in mente di fabbricare colossali falsità, e non credono che altri possano avere l’impudenza di distorcere la verità in modo così infame. Anche se i fatti che dimostrano che ciò è vero possono essere portati chiaramente alla loro mente, dubiteranno ancora e vacilleranno e continueranno a pensare che possa esserci qualche altra spiegazione”.

Ecco cosa aveva davanti a sé Biden solo due settimane fa: un mandato da incubo, con una “grande menzogna” incontrollata e orgogliosamente agitata da Trump. E poi all’improvviso Trump, nella sua determinazione folle a mantenere il potere, ha spinto i suoi sostenitori a tentare un colpo di stato senza alcuna possibilità di successo nel “tempio della democrazia”, come i commentatori statunitensi pomposamente definiscono il congresso. Fine del gioco.

Trump è ormai discreditato anche da un modesto ma significativo gruppo della sua base, e un numero crescente di funzionari repubblicani si sta ribellando all’asservimento del partito a questo tiranno. Gli anni del mandato presidenziale di Biden saranno ravvivati da una dura guerra civile repubblicana, che probabilmente finirà con una frattura permanente nella destra statunitense.

Il che darà al fortunato Biden il tempo di fare qualcosa di utile.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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