Mentre Donald Trump, e con lui i suoi fan di destra e purtroppo anche di sinistra, fantasticano su un’improbabile de-globalizzazione, spunta (o rispunta) un movimento femminista che ha tutte le caratteristiche di un movimento globale. Mentre i mezzi d’informazione mainstream capovolgono l’elezione di Trump nella sconfitta del femminismo perché il famoso tetto di vetro non è stato infranto neanche stavolta, spunta (o rispunta) un movimento femminista che mette il suddetto tetto di vetro all’ultimo posto della sua agenda, e al primo la vita. Mentre l’egemonia del capitalismo neoliberale vacilla ovunque sotto i colpi di una crisi ormai decennale, e ovunque ripropone per tutta risposta le sue ricette fallimentari senza trovare a sinistra ostacoli rilevanti e aprendo a destra vie di fuga razziste e fascistoidi, spunta (o rispunta) un movimento femminista che si riappropria della centralità femminile nella produzione e nella riproduzione sociale, ne fa una leva sovversiva e chiama tutti, donne uomini e altri generi di ogni paese e di ogni colore, a unirsi a questa spinta sovversiva. Sono i colpi d’ala che solo la politica delle donne è capace periodicamente di inventarsi, gli scarti imprevisti dall’agenda politica e giornalistica del presente che solo la politica delle donne è capace periodicamente di produrre. E che fanno dell’8 marzo di quest’anno una giornata diversa dal solito, inedita, irrituale, inaugurale.

Ma non estemporanea. Lo sciopero delle donne dal lavoro e dalla cura dichiarato per oggi in una quarantina di paesi del mondo – in Italia dalla rete Non una di meno, con l’adesione dei sindacati – arriva a coronamento di un anno che ha visto i movimenti femministi al centro, e alla guida, di mobilitazioni straordinarie, su un’agenda ben più ampia e articolata di quella “di genere”. L’inizio fu il Black Monday polacco, il 3 ottobre dell’anno scorso, quando un’imponente manifestazione sotto la pioggia e gli ombrelli bloccò la legge che voleva proibire l’aborto, prima azione politica contro i governi reazionari che si sono succeduti in quel paese. Poi il Miércoles Negro contro la violenza sessuale in Argentina il 17 ottobre, convocato dalla rete NiUnaMenos, sigla migrata in Italia con la manifestazione contro la violenza del 26 novembre, tanto sorprendente per quantità e qualità quanto ignorata da giornali e tv, all’epoca troppo impegnati nello sfornare sondaggi sulla rimonta del sì al referendum costituzionale poi stravinto dal no. Infine l’immensa Women’s March del 21 gennaio a Washington e ovunque nel mondo, in risposta alla misoginia suprematista di Trump, tre milioni di donne e uomini in piazza negli Stati Uniti e due nel resto del pianeta, altro che protezionismo e de-globalizzazione: America first, ma in tutt’altra direzione da quella neopresidenziale.

Vengono infatti da quella marcia, e sono vistosamente marcate dal lessico politico radicale americano, le due parole chiave, inclusive e intersectional, che orientano la giornata di oggi.

Inclusivo, perché l’organizzazione e la regia della mobilitazione è femminile ma apre a chiunque ne condivida le intenzioni, lasciandosi il separatismo alle spalle. Intersezionale, perché il dominio di genere si intreccia con altri dispositivi di dominio e di esclusione, di classe e razziali in primis, e domanda in risposta “l’alleanza dei corpi”, per dirlo con il titolo dell’ultimo libro di Judith Butler, di tutte le soggettività interessate.

Perché allora l’8 marzo, e perché le donne al centro e al timone? Si possono dare due risposte. La prima è che le donne e il femminismo sono state e sono l’oggetto privilegiato della rivoluzione neoliberale, e non stupisce che ne diventino il soggetto antagonista di prima fila. L’egemonia neoliberale deve molto della sua presa al modo in cui ha cercato di trascrivere la libertà politica e la padronanza sul proprio destino guadagnate dalle donne nel femminismo in autoimprenditorialità e libertà di consumo, nonché al modo in cui ha “valorizzato”– nel senso dell’estrazione capitalistica di valore – il lavoro produttivo, il lavoro di cura, l’intera vita delle donne. Non a caso la pratica di lotta scelta stavolta è quella dello sciopero: per sottrarsi a questo sfruttamento, e per mostrare – per sottrazione, appunto – quanto il lavoro femminile – visibile e invisibile, contato e non contato nelle statistiche, retribuito e gratuito – sia tanto cruciale per far girare la macchina produttiva e riproduttiva quanto sottostimato e sottovalutato, in tutti i sensi del termine.

La seconda ragione è politica, ed è tutta inscritta nella genealogia e nella memoria del femminismo. In una stagione come quella di oggi, in cui la politica ufficiale di opposizione, orfana delle sue appartenenze e strutture storiche, sembra non trovare vie diverse dalla ripetizione del passato da un lato e dalla demagogia populista dall’altro, il femminismo conosce l’arte della tessitura di un “noi” che si costruisce non malgrado ma in forza delle sue differenze e molteplicità costitutive. È l’arte della tessitura di relazioni libere ma non per questo volatili, che consente al movimento delle donne di andare e venire dalla ribalta della cronaca, ma di tornare sempre, imprevisto, quando e dove occorre. Non a caso si chiude con un richiamo a Carla Lonzi il testo di Non una di meno che convoca lo sciopero di oggi: “Il Soggetto Imprevisto ha fatto nuovamente irruzione nella politica e nelle nostre vite. Riconosciamo a noi stesse la capacità di fare di questo attimo una modificazione totale della vita”.

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