Dopo le elezioni statunitensi e la clamorosa vittoria di Donald Trump sono stati in molti a tirare in ballo nel dibattito pubblico la parola “fascismo”. Durante la campagna elettorale il neoeletto presidente americano è stato via via associato alle figure di Benito Mussolini e di Adolf Hitler. Qualcuno, soprattutto in Italia, lo ha paragonato anche all’ex premier (nonché miliardario) Silvio Berlusconi (che però, va ricordato, ha preso le distanze da Trump) e c’è chi si è spinto a definirlo addirittura un Hugo Chávez di destra, un caudillo del Ku Klux Klan. Tutti questi abbinamenti hanno un tratto in comune, quello di spiegare il fenomeno Trump – e soprattutto il fenomeno dei suoi elettori – con paragoni presi da mondi diversi da quello statunitense.

Il leit motiv del dopo elezioni non a caso è stato “stanno tornando gli anni trenta”.

Ma è davvero così?

Certo, elementi in comune tra Trump e Mussolini, come ha ben ricordato la studiosa Ruth Ben Ghiat in una intervista al New Yorker, ce ne sono parecchi. Stesso autoritarismo, stesso machismo pronunciato, stesso disprezzo per le regole di convivenza. Un panorama dominato da un Io supremo, un Io misogino, razzista e con punte di volgarità estreme.

Sotto questo aspetto il paragone con gli anni trenta è puntuale e calzante. Ma forse non è l’unico utile per spiegare Donald Trump.

Più di un secolo fa negli Stati Uniti i cinesi erano additati come il nemico numero uno, il pericolo giallo

Infatti insieme agli anni trenta del secolo scorso, si è fatto vivo anche il famigerato spettro del 1882.

In quell’anno, esattamente il 6 maggio del 1882, il congresso americano promulgò una legge meglio conosciuta come Chinese exclusion act, un provvedimento di esclusione della comunità cinese dal territorio nazionale, un blocco degli ingressi e la negazione completa per i cinesi residenti dei diritti di cittadinanza. Una esclusione senza precedenti negli Stati Uniti che prendeva di mira una delle comunità più attive (e numerose) del paese. Oggi gli asiatico-americani sono considerati uno dei gruppi più integrati tra le minoranze. Non si sente quasi mai parlare delle persone di origine cinese o giapponese come di un “problema” o di un gruppo da tenere d’occhio. Ma circa 150 anni fa la storia era diversa e i mezzi d’informazione e l’opinione pubblica vedevano proprio nei cinesi (e successivamente nei giapponesi) un gruppo da sorvegliare. Erano additati come il nemico numero uno, il problema dei problemi, il “pericolo giallo” (yellow peril) da sgominare e mettere a tacere. Una situazione che oggi, nell’America che ha preparato la scalata al potere di Donald Trump, ricorda quella dei musulmani e messicani presi di mira dalla propaganda contro gli immigrati.

Riandare al 1882 e al Chinese exclusion act, a quella storia apparentemente lontana, permette di capire quale ruolo ha giocato nella recente campagna elettorale americana il substrato razzista autoctono, quello made in Usa.

Lily Chu, proprietaria di un negozio di souvenir a Chinatown, New York, anni quaranta. (Marjory Collins, Biblioteca del congresso)

I primi cinesi arrivarono negli Stati Uniti intorno al 1840.

Nel diciannovesimo secolo la Cina stava attraversando un periodo travagliato. La dinastia Qing, che aveva tenuto le redini del paese per secoli, dava segni di cedimento. La macchina burocratica dello stato era diventata elefantiaca, l’economia viveva una crisi senza fine, i commerci languivano e nel paese si registrava una crescita demografica senza eguali. Inoltre la Cina, che era sempre rimasta piuttosto isolata, proprio nella prima metà dell’ottocento fu costretta a venire a patti con le grandi potenze europee che avevano in Asia grandissimi interessi economici. È in questo periodo che si apre nel paese un periodo di rivolte sanguinose e grande instabilità. Una situazione precaria, a cui le famose guerre dell’oppio diedero il colpo di grazia. Questo portò molti cittadini a cercare sicurezza e tranquillità altrove.

La scelta cadde sugli Stati Uniti, un paese grande e giovane che aveva bisogno come il pane di manodopera a basso costo. I cinesi rispondevano perfettamente alle esigenze dell’America, che proprio intorno al 1840 stava vivendo la frenesia della febbre dell’oro. La corsa all’oro interessò soprattutto la California. E creò nell’immediato, come racconta Iris Chang in The chinese in America, una fame di infrastrutture come non si era mai registrata prima negli Stati Uniti. Servivano nuove abitazioni, nuovi empori e serviva soprattutto la ferrovia. Come i tanti film western sulla frontiera ci hanno insegnato, la rete ferroviaria negli Stati Uniti fu un affare serissimo. Un affare che mise lo stato contro i vecchi latifondisti, la modernità contro un passato essenzialmente rurale. I treni dovevano collegare tra loro territori lontani e impervi. Quello che non ci raccontano i film western, però, è che chilometri interi di queste ferrovie furono costruire dai cinesi: senza questa immigrazione la Transcontinental railroad (che univa gli stati della costa atlantica con la California e l’oceano Pacifico) non avrebbe visto la luce.

Immigrati cinesi a San Francisco leggono le notizie sull’entrata dei giapponesi a Guangzhou, nel 1937, all’inizio della seconda guerra sino-giapponese. (Dorothea Lange, Biblioteca del congresso)

I cinesi costavano pochissimo ai nuovi padroni americani. Non erano sindacalizzati ed erano, a detta di tutti, molto efficienti. Di loro si diceva che “non si stancavano mai” e che “erano docili come agnellini”. Per molti, che avevano assistito al crollo del sistema schiavistico, furono degni sostituti degli schiavi neri, anzi meno riottosi e più obbedienti. Questo giudizio positivo si accompagnò anche a delle facilitazioni legislative. Il trattato di Burlingame tra Cina e Stati Uniti garantiva agli immigrati cinesi gli stessi diritti dei residenti e li proteggeva da sfruttamento, discriminazione e violenza. “Nessuno potrà più picchiare un cinese”, disse un Mark Twain particolarmente gioioso all’annuncio del trattato nel 1868 . Twain, che anni dopo denunciò i maltrattamenti coloniali nel Congo di re Leopoldo, era disgustato dall’atteggiamento della legge verso i cinesi. Nonostante le violenze subite non aveva mai visto un poliziotto accorrere in loro difesa. Schiavi senza diritti, che Twain sperava di poter vedere finalmente liberi grazie al trattato di Burlingame.

La realtà invece fu ben diversa. D’improvviso i cinesi diventarono il nemico. Non più docili, servizievoli, gentili, ma oppiomani, furbi, loschi, pedofili, manipolatori, portatori di malattie, repellenti e che in più facevano troppi figli. Questo perché avevano cercato di migliorare la loro vita aprendo piccoli empori, ma soprattutto perché il grosso del lavoro per cui erano andati negli Stati Uniti era finito.

Intorno agli anni settanta del diciannovesimo secolo negli Stati Uniti si diffuse una propaganda anticinese senza precedenti. In questa propaganda sindacati e padroni erano uniti. Gli altri lavoratori, inclusi altri migranti, vedevano i cinesi come concorrenti e non gradivano le loro richieste di aumento salariale. Ed ecco che improvvisamente i giornali più ostili agli immigrati, ma anche quelli mainstream, si riempirono di cinesi dalle lunghe trecce che venivano presi a pedate dallo Zio Sam proprio lì, dove non batte il sole. Il messaggio era “Chinese must go”, slogan coniato dal leader sindacale Denis Kearney, che si era ispirato al senatore romano Catone e al suo “Ceterum censeo Carthaginem esse delendam” (”Infine, credo che Cartagine debba essere distrutta”). Il cinese era avvertito: o sloggiava o rischiava la pelle.

La nascita di Chinatown
Questo odio portò inevitabilmente anche a una chiusura legislativa. Come ben racconta Erika Lee in America’s gates: chinese immigration during the exclusion era, 1882-1843, il Chinese exclusion act del 1882 fu preparato da altre leggi che, mano a mano, restringevano il campo di manovra della comunità cinese. Ai cinesi fu dapprima vietato di sposare persone bianche, poi gli fu impedito di intraprendere carriere nell’amministrazione pubblica, in alcuni stati – tra cui la California – fu imposta una tassa mineraria che si mangiava gran parte del loro salario e ci furono restrizioni anche per quanto riguarda le politiche abitative. Questi provvedimenti spinsero molti cinesi ad abbandonare le loro occupazioni nelle miniere e nell’agricoltura, e a rifugiarsi ai margini delle grandi città, considerate da molti più sicure. Il mantra era “dobbiamo stare insieme”, “dobbiamo restare uniti”. Ed ecco che cominciarono a sorgere nelle periferie le famose Chinatown, aree urbane costruite di fatto dal pensiero razzista. Un ghetto dove chi si sentiva minacciato cercava protezione tra i suoi simili.

La minaccia era reale. Le pedate dello Zio Sam da virtuali diventarono fin troppo concrete. Centocinquanta bianchi armati a Rock Spring bruciarono le case di cittadini cinesi. La stessa furia investì città come Denver, Seattle, Tacoma, Washington. Il linciaggio di Los Angeles del 1871 rimase negli annali per la crudeltà con cui fu commesso. Venti corpi, tra cui alcuni di adolescenti, rimasero a terra, appesi ai lampioni, straziati in mille modi. Calle de Los Negros, una via stretta dove erano ammassati empori, lavanderie, bordelli, abitazioni fu messa a ferro e a fuoco. Ed è in questo clima di odio continuo e crescente che si sviluppò il Chinese exclusion act, una delle leggi più infami di tutta la legislazione americana, cancellata solo nel 1943.

Chinatown, New York, tra il 1909 e il 1913. (Biblioteca del congresso)

In questo lungo periodo, come racconta Fabio Giovannini in Musi gialli (cinesi, giapponesi, coreani, vietnamiti e cambogiani: i nuovi mostri del nostro immaginario), il cinese è inferiorizzato in svariati modi. Giovannini passa in rassegna fumetti, spettacoli teatrali, film e libri dove i cinesi sono descritti come nemici della “razza”. Uno degli eroi di questa epopea negativa, ben analizzato da Giovannini, è il signore del crimine Fu Manchu, creatura dello scrittore britannico Sax Rohmer. Uscita a puntate sulla rivista Collier’s: The National Weekly, la storia di questo Bin Laden in salsa cinese si trasformò presto in una saga.

Fu Manchu ha una bocca crudele, una fronte ampia, delle sopracciglia arcuate, lo sguardo insidioso, vestiti pacchiani. Rohmer lo descrive come un uomo che si fa notare, prima di tutto per la statura, poi per la ricercatezza del linguaggio. È un uomo colto, ha più lauree, tutte prese in occidente, ma è dotato di un pensiero magico che mescola sapienza scientifica e superstizione. Infatti come una curandera di certi riti vodoo mischia il veleno degli scorpioni con quelle delle vipere. Per l’autore, sottolinea Fabio Giovannini, Fu Manchu è una quinta colonna, un infiltrato in occidente, uno che studia l’uomo bianco per mangiarselo, un po’ come in quelle vignette dove i cinesi nell’ottocento si “pappavano” lo Zio Sam. Fu Manchu prepara di fatto l’invasione e il prossimo dominio cinese sull’umanità. Solo Nayland Smith, il bianco e spesso biondo (un Trump ante litteram?) investigatore di Scotland Yard, è l’ultimo baluardo contro il nemico più nemico di tutti.

La saga di Fu Manchu avrà un successo sempre precedenti, soprattutto al cinema. Negli annali è rimasto il Fu Manchu di Boris Karloff del 1934, ma anche quello di Cristopher Lee degli anni sessanta, dove la Cina nemica è quella di Mao Zedong. Con Fu Manchu Hollywood inaugura una pratica che ha continuato a seguire quasi fino ai giorni nostri, ovvero quella della Cina “da indossare”: lo yellowface, ovvero l’abitudine di truccare gli attori bianchi da cinesi e successivamente da giapponesi. Vedere l’elenco di attori hollywoodiani famosi che hanno recitato in yellowface fa una certa impressione: Marlon Brando è Sakini in La casa da tè alla luna d’agosto, Katherine Hepburn fa la contadina cinese in La stirpe del drago, Mickey Rooney è il goffo signor Yunioshi che Audrey Hepburn prende in giro senza riserve in Colazione da Tiffany, per non parlare poi di un improbabile John Wayne che fa Gengis Khan in Il conquistatore. Gli attori si sottoponevano alla tortura di clip applicate agli occhi (o fasce adesive) per ricreare gli occhi a mandorla, per non parlare dell’uso smodato di fondo tinta e accento ridicolo.

Fu Manchu e Dragon Lady
Se da una parte c’era Fu Manchu e il suo corrispettivo femminile, la Dragon Lady sensuale che però era meglio uccidere e fare a pezzi piuttosto che amare, dall’altra l’America wasp cercava di rassicurarsi con figure grassottelle, innocue e paciose come Charlie Chan o come le tante cinesi o giapponesi che nelle trame dei film erano sempre innamorate di un bianco che non le avrebbe sposate mai e le avrebbe solo portate al suicidio. Le donne orientali erano o Turandot o Madama Butterfly.

I pochi attori asiatico-americani (da ricordare su tutte la grandissima Anna May Wong) avevano vita dura a Hollywood. Non avevano quasi scelta: accettare lo stereotipo o soccombere. La rappresentazione dell’altro non era mai innocua, ma avallava l’inferiorizzazione di una comunità usata e abusata da un sistema capitalistico che non voleva pacificare i conflitti, ma preferiva esasperarli per guadagnarci sopra. Fu Manchu e i suoi eponimi (pensiamo al Dr No della Spectre di 007 Licenza di uccidere, un meticcio cinese, quindi doppiamente pericoloso, o a Ming, lo spietato di Flash Gordon che fu il modello per George Lucas nella creazione di Darth Vader e di Palpatine) erano di fatto solo ingranaggi di un sistema che trovava sempre nuovi nemici pronti all’uso di un capitalismo brutale.

Non a caso Jean Pfaelzer, nel suo libro Driven out: the forgotten war against chinese americans, parla di guerra. Perché quello di cui di volta in volta sono protagonisti i migranti, di ieri o di oggi, sono guerre ai loro danni. Negli Stati Uniti come in Italia, in Francia come in Australia. Il muro che Trump vuole costruire non ha come vero scopo quello di fermare i migranti, ma solo quello di farli diventare più fragili e ricattabili una volta messo piede nel territorio americano.

Per capire Trump gli anni trenta del secolo scorso sono certamente utili, ma fare un passo indietro al 1882 potrebbe chiarire meglio quello che succederà nelle prossime puntate.

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