25 luglio 2021 10:17

David Randall era della “vecchia scuola”. Un giornalista di un’altra epoca, che ricordava ancora l’inchiostro, le rotative e i caratteri a piombo. Aveva lavorato per quotidiani locali e nazionali britannici. Aveva cominciato dal Croydon Advertiser, a sud di Londra, per poi passare ai principali quotidiani e domenicali come The Observer e The Independent on Sunday. David era un uomo molto divertente e si dice che prima di diventare giornalista avesse lavorato per un breve periodo come cabarettista. Credeva nei valori classici del giornalismo: indagare, parlare con le persone, conoscere bene la propria materia e la geografia.

Questi valori trapelano chiaramente dal suo libro più conosciuto e usato, The universal journalist, pubblicato in italiano da Laterza nel 2004 con il titolo Il giornalista quasi perfetto, che è diventato una specie di bibbia per gli aspiranti giornalisti ed è stato tradotto in molte altre lingue. Quando all’Independent on Sunday i suoi colleghi che facevano il turno di notte controllavano le ultime notizie per vedere se erano abbastanza importanti da cambiare la prima pagina, David gli dava sempre la stessa indicazione: “Solo se è morta la regina”.

David è stato più volte al festival di Internazionale a Ferrara, dove ha partecipato a dibattiti e ha tenuto dei workshop. Amava tutto del festival e ogni anno non vedeva l’ora di partecipare. L’ho conosciuto lì, e abbiamo condiviso pranzi, cene e bevute meravigliose. Era un grande narratore e aveva sempre qualche pettegolezzo o qualche racconto sui giornali del passato.

A Ferrara al termine di un dibattito sulla Brexit (io ero contrario, lui favorevole) vinse lui, anche se all’inizio aveva il pubblico contro. Alla fine aveva un po’ convinto perfino me

Era anche un superbo oratore, e usava l’umorismo a suo vantaggio. A Ferrara al termine di un dibattito sulla Brexit (io ero contrario, lui favorevole) vinse lui, anche se all’inizio aveva il pubblico contro. Alla fine aveva un po’ convinto perfino me. Gli studenti in platea pendevano dalle sue labbra. Era anche un insegnante naturale e un maestro nel raccontare aneddoti. Quando l’Independent smise di pubblicare l’edizione cartacea, lui (un po’ a sorpresa) accettò di buon grado la pensione, per dedicarsi al suo passatempo preferito – il golf – e alla sua amata famiglia (aveva quattro figli). Si mise a scrivere un libro divertente e poetico dedicato in parte alla sua infanzia e intitolato Suburbia. Scriveva in uno stile nitido, chiaro, divertente, proprio come lui. David era anche modesto e schivo, non si vantava mai di nulla.

Conosceva molto bene la storia del giornalismo e dedicò un altro libro ai Great reporters (pubblicato in italiano da Laterza con il titolo Tredici giornalisti quasi perfetti). La profonda conoscenza del giornalismo era legata alla sua esperienza personale ma anche a un’ampia attività di ricerca. Amava in particolare il giornalismo sportivo, che all’inizio era stat0 una delle sue passioni, e includeva alcuni giornalisti esperti di calcio della tradizione britannica tra i più grandi scrittori che avesse mai incontrato, come per esempio Hugh McIlvanney, del Sunday Times, che definiva “il miglior scrittore che abbia mai messo le sue parole su carta da giornale”.

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Grande sostenitore dei quotidiani locali, David Randall era convinto della profonda importanza delle notizie locali per la democrazia. Come aveva scritto nel Giornalista quasi perfetto: “Ci sono le decine di migliaia di altri giornalisti, spesso locali, il cui compito non è niente di più affascinante o eroico che scoprire la versione più esauriente di quanto è accaduto nelle loro zone e raccontarla. Non si aspettano ricchezza e gloria, e non c’è motivo perché debbano averle. Ma sono comunque un antidoto, sociale e professionale, contro quelli che hanno venduto la loro credibilità per uno stipendio più alto o una vita più facile”.

L’etica era importante per David. Apprezzava l’onestà, il duro lavoro, quello che chiamava il “senso della notizia” (che si può imparare solo commettendo errori) e la precisione. Per lui un buon giornalista dev’essere scettico, ma anche seguire le fonti (perfino quando non portano da nessuna parte). Considerava importante prendere coscienza del fatto che i giornalisti non sono mai stati onnipotenti e che lavorano sempre entro i confini della proprietà e delle linee editoriali. I suoi libri, però, non sono solo per i giornalisti. Sono per tutti. Lui stesso era una specie di giornalista quasi perfetto, con una vasta conoscenza in tanti campi, una conoscenza che non ha mai imposto a nessuno e che ha sempre portato con leggerezza.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è uscito sul numero 1419 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati

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