30 marzo 2022 16:06

La posizione dell’India sulla guerra in Ucraina sta diventando sempre più imbarazzante per i suoi alleati, che pur riconoscendone la tradizionale neutralità nelle questioni che riguardano altre potenze, stanno perdendo la pazienza. Fin dall’inizio New Delhi ha avuto una posizione ambigua, che vorrebbe inserire nel solco della storia del non allineamento, ma che, a un mese dall’invasione russa, è ormai insostenibile ed è sempre più una dichiarazione di vicinanza a Mosca.

È dai tempi della guerra di Corea che l’India non prende le parti di nessuno dei contendenti. “La nostra linea in politica estera è stare alla larga dai grandi blocchi, essere amichevoli con tutti i paesi e non far parte di alleanze”, sosteneva il primo leader dell’India indipendente Jawaharlal Nehru. Negli ultimi anni, ricorda Asia Times, New Delhi all’Onu ha evitato di condannare il colpo di stato militare in Birmania che ha deposto il governo di Aung San Suu Kyi nel febbraio 2021, l’annessione russa della Crimea nel 2014, la guerra civile in Libia nel 2011, la guerra in Georgia nel 2008, solo per citare alcuni clamorosi esempi di equidistanza.

Autonomia strategica
La riluttanza di Narendra Modi a prendere le distanze da Putin si spiega in parte con i “rapporti strategici speciali e privilegiati” che il suo paese ha con la Russia. Innanzitutto “l’India conta sul sostegno di Mosca nelle sue rivendicazioni in Kashmir, ragione per cui all’Onu”, scrive The Economist, “New Delhi non si è mai messa di traverso rispetto alla Russia”. Poi c’è la dipendenza dalle forniture militari di Mosca. Metà delle importazioni indiane di armi viene dalla Russia e comprende, cito sempre dal settimanale britannico, sottomarini, carri armati e aerei da combattimento e il sistema missilistico terra-aria s-400. Ma soprattutto, anche se l’India smettesse di comprare armamenti da Mosca, resta il fatto che “il 70 per cento dell’arsenale indiano oggi è russo, e quindi l’esercito indiano avrebbe ancora bisogno di munizioni, pezzi di ricambio e assistenza tecnica”. E non è tutto. La Russia sta aiutando l’India a fabbricare una maggiore quantità di armi proprie, con l’obiettivo di un’autonomia strategica.

Ma in un mondo che si sta riconfigurando come il teatro di una nuova contrapposizione tra blocchi, non dichiararsi contro Putin equivale a stare con lui. Se a questo si unisce il fatto che da quando Narendra Modi è arrivato alla guida del paese, nel 2014, il suo governo ha preso una piega autoritaria, estremista e populista – che poco si addice alla “più grande democrazia del mondo” – si comprende come mai New Delhi sia un’alleata sempre più scomoda del “blocco occidentale”.

Uno dei problemi è che l’India fa parte del Quad (Quadrilateral security agreement), la partnership strategica tra Stati Uniti, Giappone, Australia e, appunto, India, paesi che in teoria condividono gli stessi interessi nella regione dell’Indo-Pacifico (Quad e Foip – Free and open Indo-pacific – sono due idee proposte dal Giappone rispettivamente nel 2007 e nel 2016 senza troppo seguito e rilanciate negli ultimi tre anni da Washington, che se n’è presa la paternità). Ma a questo punto è legittimo chiedersi da che parte stia New Delhi.

Il presidente russo è l’uomo forte che piace agli indiani che votano Modi e il Bjp, e che sono ancora la maggioranza a giudicare dalle ultime elezioni locali

“L’India non ha votato la risoluzione di condanna alla Russia dell’Assemblea generale dell’Onu, così come la Cina e il Pakistan, il principale rivale di New Delhi nella regione. E qui è opportuno sottolineare che si sta delineando un nuovo ordine mondiale”, dice Giorgio Shani, esperto di Asia meridionale dell’International christian university intervenuto al seminario organizzato dall’università di Torino e dal think tank T.wai sul ruolo del Giappone nell’Indo-pacifico. “L’India mette al primo posto i valori dell’hindutva, il nazionalismo etnoreligioso che è l’ideologia alla base del Bharatiya janata party di Modi”, continua Shani, “quindi l’impegno di New Delhi nel difendere i valori liberali e lo stato di diritto nella regione è secondario. Il punto è che l’India si considera come una potenza emergente non solo nell’Indo-Pacifico libero e aperto, ma in un ordine mondiale post-occidentale, in cui la Cina e la Russia – la Russia che ha invaso l’Ucraina – giocano un ruolo chiave”.

L’idea del Foip – la grande area che racchiude due continenti (l’Africa e l’Asia) e due oceani (l’Indiano e il Pacifico) in cui garantire libertà di navigazione, libero scambio e stato di diritto per favorire la prosperità economica, la pace e la stabilità – era nata nel 2016 con il premier giapponese Shinzō Abe in risposta alla crescita economica e politica cinesi – o, come dicono i giapponesi, “la crescente assertività della Cina”. E il Quad doveva essere incentrato su obiettivi comuni nell’Indo-Pacifico, a cominciare dal contrasto a Pechino e alla sua Belt and road initiative (Bri o nuova via della seta). Nella concezione di Tokyo, il Foip doveva essere una risposta alla Bri, incentrato sull’India e sul sudest asiatico – aree dove la competizione tra Tokyo e Pechino in termini di costruzione di infrastrutture e aiuti allo sviluppo è più forte – invece che sulla Cina, spiega Takeshi Daimon-Sato, docente all’università Waseda di Tokyo. Ma oggi l’India è il punto debole del Quad. “Il fatto che sia parte del Quad e del Foip non significa che apprezzi fino in fondo i valori che ne sono alla base (libertà, democrazia, diritti umani, stato di diritto ndr)”, spiega Daimon-Sato che aggiunge: “New Delhi è un’alleata, ma dobbiamo tenere in seria considerazione come caso di studio la situazione attuale e la sua posizione sull’Ucraina. Sta con noi ma sta anche dall’altra parte, è complicato”.

Il Quad, spiega Shani, è una partnership che ha comunque già di per sé diversi limiti. È in parte incentrato sulla sicurezza, e l’articolo 9 della costituzione giapponese (che impedisce a Tokyo di avere un esercito se non a scopo difensivo) limita la cooperazione militare tra i membri del gruppo. Inoltre, dopo il lancio dell’Aukus (l’intesa strategica limitata ai paesi della sfera angloamericana – Stati Uniti, Regno Unito, Australia e Canada) e l’abbandono dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti, sono sorti dubbi sul reale interesse di Washington nella regione. Infine un aspetto fondamentale (che riguarda anche l’Unione europea quando si tratta di prendere una posizione condivisa nelle relazioni con Pechino): i rapporti economici tra i partner del Quad sono inferiori a quelli che ognuno di loro intrattiene con la Cina.

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Modi comincia a sentire la pressione dei partner. Il primo ministro giapponese Fumio Kishida è volato a New Delhi la settimana scorsa per richiamare all’ordine Modi, e lo statunitense Joe Biden tre giorni fa ha definito l’India “tentennante” sulla questione Ucraina.

Ma, al di là degli equilibri diplomatico-strategici, l’atteggiamento dell’India verso la guerra di Vladimir Putin contro l’Ucraina si riflette nella copertura che i mezzi d’informazione in hindi le dedicano. Sulla deriva filogovernativa di buona parte dei mezzi d’informazione indiani dopo anni di governo Modi ci sarebbe da aprire un altro capitolo, ma quel che racconta il giornale danese Weekendavisen è piuttosto indicativo. “Putin è diventato presidente grazie a una mente acuta, Zelenskyj grazie a una manciata di barzellette”, scrive Jeet Kumar su Amar Ujala. Zee News, uno dei principali canali tv, pochi giorni dopo l’invasione ha trasmesso un video celebrativo di Putin, “pronto per la battaglia”. Il presidente russo è l’uomo forte che piace agli indiani che votano Modi e il Bjp, e che sono ancora la maggioranza a giudicare dalle ultime elezioni locali. “Ferma la guerra zio Putin”, si legge sul cartello di una ragazzina in una foto scattata durante una piccola manifestazione pacifista a Bangalore.

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