Suffragette

Per visualizzare questo contenuto, accetta i cookie di tipo marketing.

Il 33° Torino film festival si apre oggi con Suffragette, il film di Sarah Gavron sugli anni caldi della lotta per l’emancipazione femminile nel Regno Unito, alla vigilia della prima guerra mondiale. Per l’uscita italiana bisognerà aspettare la primavera del 2016, ma per ingannare l’attesa ci si può divertire a frugare online tra una grande quantità di documenti audiovisivi d’epoca sulla battaglia per il suffragio universale.

Infatti la nascita del movimento politico femminile per rivendicare il diritto di voto coincide quasi esattamente con la nascita del cinema. Proprio il cinema, con la sua modernità, la sua mancanza di complessi rispetto alla cultura ufficiale, la sua natura collegiale, le aperture imprenditoriali che offriva a chiunque avesse una buona idea, un talento per la sceneggiatura, un dono per la regia o il montaggio, fece sì che – soprattutto negli Stati Uniti – i suoi primi vent’anni di vita, paradossalmente, coincisero con il periodo migliore di sempre per quanto riguarda le pari opportunità dietro la macchina da presa. Per dire, la metà di tutti i film registrati negli elenchi dei diritti d’autore a Hollywood tra il 1911 e il 1925 erano scritti da donne.

Nel cinema narrativo, le suffragette erano quasi sempre dipinte come delle bisbetiche tremende e robuste

Eppure, essendo anche una forma d’arte le cui storie spesso cercavano rifugio in valori sicuri, per non dire conservatori, la presenza delle donne nel mondo del cinema muto non si traduceva automaticamente in contenuti di stampo femminista. Nel cinema narrativo, le suffragette erano quasi sempre dipinte come delle bisbetiche tremende e robuste che tiranneggiavano i poveri mariti. È così nella comica britannica del 1913 Milling the militants, che si potrebbe tradurre “macinare le militanti”, cioè mettendole a dura prova.

In questo corto di otto minuti, una suffragetta esce da casa per unirsi a una manifestazione, lasciando il marito a casa con i due bimbi (e meno male che, trattandosi di una casa borghese, c’è anche la serva). Mentre lei si diverte a sfondare vetri con le sue “sorelle”, lui sogna di diventare primo ministro, con mandato speciale per la repressione del movimento per il suffragio universale. Per punire le militanti, escogita delle punizioni “adeguate al reato” che comprendono lavori di manutenzione stradale, la gogna, l’obbligo camminare in pubblico in pantaloni e anche la tremenda “immersione dello sgabello” per una poveraccia che ha avuto la sfacciataggine di cominciare uno sciopero della fame. Questo episodio lascia allibiti non solo per la sua violenza ma anche per il fatto che era pensato per far ridere.

Le militanti arrivavano ad avvertire gli operatori dei cinegiornali quando stavano per compiere una delle loro azioni

Per contrastare lo sguardo ostile e derisorio di gran parte dei mezzi di informazione, compreso il nuovissimo cinematografico, le suffragette hanno cominciato a produrre dei veri film, come il rocambolesco What 80 million women want. Ma soprattutto nel Regno Unito fece la differenza la consapevolezza con la quale il movimento fondato da Emmeline Pankhurst preparava le sue azioni per avere il maggior impatto possibile. Come ci ricorda Bryony Dixon, esperto di cinema muto del British film institute, che ha appena curato una compilation di filmati d’epoca sul movimento dal titolo Make more noise! Suffragettes in silent film, le militanti arrivavano ad avvertire gli operatori dei cinegiornali quando stavano per compiere una delle loro azioni dimostrative, in modo che potessero prepararsi.

Questa consapevolezza mediatica è uno degli elementi centrali della tragedia intorno a cui è cucito il film di Gavron: la morte di Emily Davison, al Derby di galoppo di Epsom nel 1913, per le ferite subite quando l’attivista si lanciò contro il cavallo di re Giorgio V. Davison sapeva benissimo che la curva dove si era appostata era nell’obiettivo di ben cinque cineprese. Ci volevano altri cinque anni, più una guerra che vide migliaia di donne britanniche prestare lavoro nelle fabbriche belliche, prima che il voto fosse finalmente concesso a una parte della popolazione femminile.

Gli storici non hanno ancora deciso se si trattò di una specie di martirio o semplicemente di un’azione dimostrativa andata storta: il gesto di Davison contribuì non poco a sbloccare un’estensione del suffragio che in Italia fu concessa solo nel 1945. E resta come uno dei primi esempi di un episodio di cronaca girata in diretta.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it