19 ottobre 2006 15:51

La settimana scorsa vi ho parlato dell’importanza di sfoltire la prosa man mano che procedete con il lavoro. Non stavo parlando della vera e propria fase di riscrittura, quella in cui si tagliano o si spostano interi brani; di solito per farlo bisogna aspettare di aver finito la prima stesura del libro.

Ma se poco per volta cominciate a sforbiciare aggettivi e avverbi, al momento della grande riscrittura vi risulterà tutto più facile. Prendere decisioni sulla struttura generale è molto più semplice se non siete impantanati in una brutta prosa ridondante, che si perde in particolari inutili. Sono in dubbio se insistere su questo punto perché, in teoria, i nostri dodici mesi insieme dovrebbero essere interamente dedicati a incitarvi a completare la prima versione.

In passato ho scritto pagine e pagine di schifezze prima di arrivare a qualcosa di pubblicabile, e se in quella fase avessi dato un’occhiata spassionata al mio lavoro, forse mi sarei bloccata e non avrei più scritto una riga. Invece, scommetto che voi sarete più maturi e onesti e risparmierete un sacco di tempo cominciando subito a sviluppare l’abitudine all’autocritica.

Attenzione: non sto parlando di interventi sulla struttura ma di minuzie, per esempio rendersi conto che troppi avverbi significano melodramma e non magniloquenza e che, a differenza di quanto molti credono, i romanzieri non sono pagati a metafora.

Lo so che è difficile, soprattutto se state seguendo una tabella di marcia basata su un certo numero di cartelle al giorno. Non c’è niente di peggio che buttar giù un paio di pagine e poi, il giorno dopo, accorgersi che se ne salva solo la metà. Ma noi romanzieri procediamo più o meno tutti così: due passi avanti e uno indietro, e dobbiamo accettare il fatto che ogni tanto i conti tornano e ogni tanto no.

Non vi sto consigliando pesanti riscritture quotidiane; però vi suggerisco, ogni volta che vi sedete alla scrivania, di rileggere da capo ciò che avete scritto il giorno prima eliminando qualche parola qua e là. Non dovreste mai e poi mai leggere le vostre pagine senza una penna in mano o un dito vicino al tasto per cancellare.

E qui sarà bene affrontare un altro punto. Ho già accennato al fatto che spesso nei brani descrittivi ci sono molti cliché; anzi, siamo onesti, di solito qualsiasi prima stesura ne è piena zeppa. Tanto per dimostrarvelo, provate a fare questo piccolo test: prendete una penna o una matita. Pronti? Bene, avete cinque secondi. A margine di questa pagina (o su un foglietto qualunque) disegnate un gatto.

Uno, due, tre, quattro, cinque. Stop.

Cosa avete disegnato? Lasciatemi indovinare: due cerchi uno sull’altro con due triangolini in cima e forse tre linee che partono dai due lati del cerchietto più in alto. Ma un gatto così lo avete mai visto? No, e io nemmeno. Però vi avevo dato solo cinque secondi: vi mancava il tempo per disegnare un gatto vero, e avete tracciato un segno grafico convenzionale che sta per gatto.

Questo tipo di segni li usiamo dappertutto: per esempio, se in autostrada vediamo l’immagine di un coltello e di una forchetta sappiamo che annuncia un autogrill, non un mucchio di posate.

Quando si scrive un romanzo (in particolare una prima stesura scritta in tutta fretta) è molto facile usare gli equivalenti verbali dei segni grafici – cioè i cliché – perché si è concentrati a buttar giù parole su parole. Non significa che il giorno dopo si debba per forza gettare tutto nella spazzatura, ma più avanti bisognerà sottoporre quelle pagine a una revisione spietata.

La prima regola che qualsiasi insegnante di arte impartisce ai suoi studenti è di disegnare le cose come sono davvero e non come pensano che dovrebbero essere. Idem per la scrittura. Il cielo era blu. Ma quando mai il cielo è proprio blu? E se lo è, quanti tipi diversi di blu ci sono? E sono uniformi?

Era una giovane donna attraente. Sul serio? In che senso? Solo perché lavora dietro il bancone di un bar o alla reception di un albergo? Se volete descrivere davvero una che di mestiere fa la barista, uscite di casa e andate a dare un’occhiata in giro. Ce ne sono di belle e di brutte, ci sono anche degli uomini. Alcune sono già in là con gli anni, altre hanno i denti d’oro o non ti guardano mai negli occhi.

Scrivete ciò che vedete davvero, non ciò che pensate di dover vedere: ci sono molte più probabilità che anche ai vostri lettori sembri tutto più credibile.

Internazionale, numero 664, 19 ottobre 2006