L’ex presidente argentina Cristina Fernández tra i suoi sostenitori a Buenos Aires, il 13 aprile 2016.

Il processo a Cristina Fernández non cambierà l’Argentina

L’ex presidente argentina Cristina Fernández tra i suoi sostenitori a Buenos Aires, il 13 aprile 2016.
14 aprile 2016 17:14

Il 13 aprile, nell’edificio triste e mastodontico che ospita il tribunale federale di Buenos Aires, l’ex presidente argentina Cristina Fernández ha testimoniato come imputata per la prima volta: il giudice Claudio Bonadío la accusa di aver ordinato una manovra finanziaria che negli ultimi mesi è costata al suo paese circa cinque miliardi di euro.

Da alcuni giorni Fernández è imputata anche in una causa di riciclaggio di denaro sporco: la sua presenza nei tribunali, che oggi sembra straordinaria e provoca manifestazioni, potrebbe diventare abituale. Nel frattempo, ex dipendenti e prestanome continuano a parlare dei maneggi della famiglia Kirchner. Stupisce la loro goffaggine: sembra che pensassero che nessuno avrebbe mai aperto un’inchiesta su di loro, o che non siano stati abbastanza scaltri per farlo bene.

In Argentina pochi hanno fiducia in questa banderuola chiamata giustizia: l’andamento delle cause dipende troppo dalla volontà dei giudici, e la volontà dei giudici dipende troppo dalle loro relazioni con il potere politico di turno. Molti dei processi che oggi coinvolgono ex funzionari peronisti riguardano fatti noti da anni: potevano cominciare prima, quando c’erano loro al governo, e invece no. Adesso gli stessi giudici e gli stessi pubblici ministeri che qualche mese fa non vedevano ragioni sufficienti per procedere ne trovano a palate – stesse cause, stesse pratiche – e avviano processi su processi.

Il loro nuovo zelo risponde al cambiamento di governo, che risponde soprattutto all’umore sociale: nell’Argentina di oggi la frase “tutti in carcere” è un equivalente minore di quel “tutti a casa” che era rivolto ai politici e che segnò gli eventi del 2001, precursori dell’antipolitica.

Mauricio Macri ha fatto leva sulla strana superstizione secondo cui i ricchi non rubano perché hanno già molto

Adesso molti dicono “tutti” per dire “lei”. Per strada, sui mezzi d’informazione e negli uffici c’è chi ripete che “non avranno il coraggio di mettersi contro di lei”, che potranno condannare altri, ma non arriveranno fino all’ex presidente, e che se non arrestano lei sarà stata tutta una finta. “Ma se la arrestano sarà un momento storico, un cambiamento epocale”, mi ha detto due giorni fa una delle personalità più ascoltate del paese: niente rappresenterebbe meglio la chiusura di decine di anni di impunità e abusi. Solo che molti continuerebbero a credere che è tutta una facciata: come nel 2001, quando il grido che chiedeva che se ne andassero tutti lasciò la presidenza prima all’ex vicepresidente Eduardo Duhalde e poi a Néstor Kirchner, due esponenti di quella classe politica che in molti ripudiavano.

Mauricio Macri è il primo presidente che non viene da quell’ambiente, e ha sempre usato i suoi trascorsi da imprenditore per reclamare la sua innocenza. Ha fatto leva sulla strana superstizione secondo cui i ricchi non rubano perché hanno già molto. In questi giorni il mito si è infranto: i Panama papers, in cui Macri compare a capo di una compagnia offshore della sua famiglia, hanno ricordato i tanti meccanismi più o meno legali che i ricchi usano per moltiplicare le loro fortune.

Le aziende della famiglia Macri sono state tra le grandi società di appalto pubbliche, il principale motore della corruzione. Lo stesso vale per quelle di alcuni dei loro amici più vicini, che lo sono ancora. Il nuovo governo non ha applicato meccanismi di controllo efficienti: la pulizia che chiedono in tanti dipenderà dall’umore di alcuni giudici, dall’insistenza di qualche giornalista, dalla pazienza dei cittadini.

Nel frattempo un terzo degli argentini è ancora povero e la metà è priva di qualche diritto fondamentale: sanità, lavoro, istruzione, casa dignitosa, cibo a sufficienza. La corruzione è una scusante: non sarebbe il sistema a produrre questa povertà, ma i suoi errori e i suoi reati. Quindi non c’è bisogno di ripensare il sistema ma di ripulirlo e di correggerlo, e questa pulizia risolverà i problemi. È una visione del mondo che alcuni chiamano onestismo, e niente la rafforza di più di questi giudici stentorei che cambiano tanto senza cambiare quasi nulla.

(Traduzione di Francesca Rossetti)

Questo articolo è uscito sul quotidiano spagnolo El País.

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