Il lockdown deciso dal governo italiano e dalla maggior parte dei paesi più ricchi ha avuto tra le sue conseguenze anche un’accelerazione nell’uso delle tecnologie digitali. Scuole e università sono state costrette ad adottare la didattica a distanza per proseguire le lezioni, e in questa emergenza stanno venendo al pettine tutti i nodi di decenni di immobilismo.

Innanzi tutto va detto che gli insegnanti, ma anche gli studenti, e i genitori, si sono dovuti far carico di inventarsi “a distanza” un modo di procedere, perché poco o nulla era stato sperimentato prima. Avanzando in ordine sparso, molte scuole e università hanno semplicemente riprodotto in videochat quello che facevano in aula. Per mandare agli insegnanti i compiti da fare a casa, assegnati sul registro elettronico, sono stati usati vari sistemi, a volte l’email, a volte Google Drive, altre volte ancora usando piattaforme come Edmodo. Nel frattempo il ministero dell’istruzione (Miur) ha cominciato a dare indicazioni sulle piattaforme per la didattica a distanza da adottare: Google Suite, Office 365, Weschool, Amazon.

Possiamo immaginare che, non avendo idee, il ministero abbia scelto alcuni colossi della tecnologia sia per le garanzie di affidabilità che offrono sia perché le persone – insegnanti e studenti – sono già abituate a usare gli strumenti offerti da Google, Microsoft e Amazon. E così, anche nel campo della didattica, una funzione pubblica è stata fatta scivolare verso le aziende private. In questo panorama si è ridotta la libertà d’insegnamento così come la varietà di metodi didattici, ed è sparita completamente la questione della privacy, della raccolta e gestione dei dati, e il problema delle disuguaglianze.

Niente cooperazione
Gli aspetti dei processi educativi che riguardano le relazioni – un professore attento, un’insegnante che ci dice una parola in un momento particolare, un compagno che ci aiuta o ci ostacola – e che avvengono in aula o nei corridoi, sono stati sfrondati o addirittura eliminati dalla didattica a distanza, come se fossero un surplus. Ciò che conta è il contenuto e la valutazione quantitativa. Quindi si fa lezione attraverso le videochat e si assegnano i compiti inviando schede e test da compilare. Perdendo però il cuore della crescita di una persona, e dimenticando che il contesto e le relazioni non sono quantificabili.

Tutto questo è il risultato di una pressione in atto da anni nella scuola. Una pressione esercitata da chi ha provato a trasformarla in un luogo dove premiare solo la competenza e l’efficienza, come se l’unico obiettivo fosse quello di “addestrare” gli studenti a prepararsi e ad adattarsi a un mondo del lavoro in continua evoluzione.

Solo tenendo conto di questo contesto si può capire la scelta del Miur di affidarsi alle piattaforme dei colossi della tecnologia. Una scelta fatta senza considerare, tra l’altro, che queste aziende sono cresciute raccogliendo dati e metadati da rivendere o da usare per individuare gusti e orientamenti delle persone e manipolarli.

Il software libero offrirebbe maggiori garanzie a livello di sicurezza, gestione e miglioramento dei servizi

Gli strumenti che mettono a disposizione si basano su software proprietari, cioè chiusi e non modificabili, realizzati per un utente-consumatore, che compra (o fruisce di) una licenza per accedere a uno spazio “concesso” dall’azienda. Un modello gerarchico perfetto per la scuola delle competenze. Si è preferito questo approccio, invece di puntare su un modello che permetta di costruire modalità di apprendimento significative e collaborative, in spazi gestiti direttamente da scuole e università, usando Free/Libre open source software (F/Loss), cioè software liberi.

Il software libero offrirebbe maggiori garanzie a livello di sicurezza, gestione, manutenzione e miglioramento dei servizi. Se invece una piattaforma per la didattica a distanza si basa su un software proprietario ed è progettata in modo rigido – in un modo per esempio che non consente agli studenti di aggiungere contenuti, di scrivere a più mani sullo stesso file e di permettere la relazione tra loro – è evidente che renderà difficile una didattica cooperativa. L’unica possibilità è pagare per chiedere all’azienda proprietaria di modificarla, se si tratta di una realtà piccola. Se invece la piattaforma è rigida ma comunque si basa su un software libero, avendo le competenze sufficienti si può intervenire direttamente.

Federazione e aiuto tra pari
Scegliere di usare una piattaforma invece di un’altra condiziona anche il metodo didattico. E se una piattaforma è disegnata per un certo tipo di interazione tra le persone – collaborativa o gerarchica – sarà molto difficile modificarla per usarla diversamente da come è stata progettata. Molto banalmente, se non è previsto che gli studenti possano commentare un contenuto inserito dal docente, quell’attività didattica non si potrà fare. Si dirà: ma è una funzionalità che si può aggiungere. Purtroppo no, perché le piattaforme delle grandi aziende non sono piattaforme F/Loss. Non è possibile cioè installarle e modificarne liberamente interfaccia e funzionamento.

Per fortuna esistono delle piattaforme didattiche di questo tipo (Moodle, Ilias, Ada eccetera), che possono essere installate sui server di scuole e università, magari in maniera federata: cioè a livello locale, senza doversi per forza affidare ai server delle multinazionali. A differenza dei software proprietari, possono essere modificate e migliorate, questi miglioramenti possono (anzi devono) essere condivisi e resi disponibili a chiunque ne possa aver bisogno. Ovviamente tutto questo presuppone l’impegno di dirigenti scolastici e insegnanti. I dirigenti dovrebbero preferire piattaforme di questo tipo invece di sottoscrivere licenze d’uso per i software di aziende private (che finita l’offerta per la pandemia di covid-19 potrebbero tornare a pagamento, anche se colossi come Alphabet, la casa madre di Google, promettono il contrario). Adottare strumenti F/Loss ha anche altri aspetti positivi: invece di pagare multinazionali private, la didattica finanzierebbe la costruzione di infrastrutture digitali locali, controllate dalle persone che le usano.

Un’architettura basata su server locali federati e software liberi consentirebbe anche di adottare le giuste misure in situazioni di emergenza come quella di oggi. Per esempio, una scuola, che sa perfettamente quanti sono i suoi iscritti, sa anche di quanta rete ha bisogno per le sue videolezioni, e se capisce che ha un eccesso di risorse potrebbe offrirne agli istituti che ne hanno più bisogno. La federazione si basa sull’aiuto tra pari, non è una multinazionale che vende il suo prodotto.

Dati e privacy
L’Europa ha un regolamento per la protezione dei dati, il General data protection regulation (Gdpr), diventato operativo anche in Italia nel maggio 2018. Il suo obiettivo è rinforzare la tutela dei dati personali dei cittadini dell’Unione europea. Attenzione però: quasi tutte le piattaforme indicate dal Miur sono di proprietà di multinazionali statunitensi. È vero che hanno giurato e spergiurato di attenersi al nostro regolamento, alcune hanno firmato accordi di safe harbour (un porto sicuro, un approdo per i dati), ma forse sarebbe meglio non correre il rischio di interpretare male i termini di servizio o di assoggettarsi alle oscure trame a cui ci ha abituato Facebook (come nello scandalo della Cambridge Analytica).

Ma anche volendo credere alla buona fede e alla capacità effettiva delle multinazionali della tecnologia di tenere separati i dati europei da quelli degli altri, c’è un altro tema non meno importante, che riguarda in particolare Google.

L’azienda californiana ha messo la raccolta dei dati (e dei metadati) al centro delle proprie attività, investendo molto anche sull’intelligenza artificiale e sulla machine learning, il sistema che consente alle macchine di “imparare” attraverso l’interazione con le persone, immagazzinando informazioni sulle loro preferenze. In questa situazione di emergenza, Google è nella condizione di acquisire una quantità mostruosa di dati dei nostri studenti e degli insegnanti. Per non parlare dei contenuti prodotti dai docenti: una quantità e qualità di dati inedita nella storia delle tecnologie digitali.

Sfruttando i dati, le tecniche di machine learning e l’intelligenza artificiale, Google potrà offrire contenuti didattici prodotti automaticamente. Mentre per valutare (e stimolare) gli studenti si affiderà al metodo dell’addestramento tipico delle sue piattaforme: stelline, voti, like, premi in cambio di risposte rapide e facilmente misurabili; classifiche e livelli dove inquadrare ragazze e ragazzi.

L’educazione, però, è un’altra cosa. Richiede delle accortezze specifiche se si fa online (meglio evitare le chat di gruppi, stabilire delle regole di protezione per quelle video, ecc.), ha bisogno di pazienza, di creatività, di condivisione e di fiducia. Tutti poi devono avere la possibilità di raccontare le proprie esperienze e trarne delle lezioni. Le tecnologie possono aiutare a farlo, come insegna tra l’altro la pedagogia hacker.

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