“È il mio eroe”. Il premier ungherese Viktor Orbán non ha scelto mezzi termini per tessere le lodi di Matteo Salvini al loro incontro a Milano. E come poteva essere altrimenti? Salvini, nella retorica come nelle sue azioni, non fa altro che seguire le orme di Orbán, da anni sulle barricate per difendere l’Ungheria, per difendere l’Europa contro “l’invasione” dei profughi – vengano dalla Siria, dall’Iraq o dall’Africa. E le simpatie non finiscono qui.

Certo, fino a oggi Salvini non ha teorizzato il modello della “democrazia illiberale”, come il suo amico magiaro, ma possiamo dare per assodato che quel modello gli piace eccome. Non stupisce quindi che i due prefigurino, in vista delle elezioni europee del maggio 2019, la creazione di un’alleanza di forze sovraniste e populiste di destra, ideata per cambiare l’Unione europea nelle sue fondamenta.

Si potrebbe obiettare che la loro è un’alleanza del tutto spuria. Salvini, per disfarsi dei migranti della nave Diciotti, ha chiesto perentoriamente all’Europa di farsi carico della loro accoglienza. Mentre Orbán non vuole proprio sentir parlare di ricollocamenti dall’Italia verso l’Ungheria, trovandosi in piena sintonia con gli altri capi di governo del gruppo di Visegrád, come per esempio il ceco Andrej Babiš, che durante il vertice con il primo ministro italiano Giuseppe Conte ha rifiutato perfino di accettare un solo rifugiato nel suo paese.

L’alleanza è spuria anche per quel che riguarda i bilanci europei. Salvini, in piena sintonia con Luigi Di Maio, minaccia di non versare all’Unione europea il proprio contributo economico, quantificato in modo un po’ grossolano in “venti miliardi di euro”. In verità, al netto di quanto riceve, l’Italia nel 2016 ha versato circa 3,2 miliardi nelle casse dell’Unione. L’Ungheria invece ha ricevuto 3,6 miliardi: per questo non può avere nessun interesse a sostenere la posizione del governo italiano.

Fronte ampio di distruzione
Tuttavia, malgrado le sue contraddizioni, l’alleanza tra Salvini e Orbán ha solide basi per un semplice motivo: non si fonda su un progetto propositivo per l’Europa, ma su intenzioni tutte declinate in negativo. Certo, i due leader parlano di un’Europa dei popoli, di un’Europa delle patrie, senz’altro di un’Europa dalle radici cristiane. Ma avrebbero, così come i loro colleghi sovranisti e populisti, grossi problemi a spiegare cosa dovrebbe tenere insieme quell’Europa.

Infatti, sanno soprattutto dire cosa non vogliono: non vogliono la supremazia della burocrazia di Bruxelles, non vogliono il predominio di socialisti e democristiani nelle istituzioni europee, non vogliono un’Ue “infettata” dalle idee di George Soros, non vogliono un’Europa dalle frontiere minimamente aperte – secondo loro infatti si tratta “non di gestire, ma di fermare l’immigrazione” –, non vogliono un’Unione in cui comandano Angela Merkel ed Emmanuel Macron.

È quindi abbastanza chiara la pars destruens mentre rimane totalmente nebulosa la pars construens. E non potrebbe essere altrimenti quando ad allearsi sono forze che non mirano a un’altra Europa, ma semplicemente a meno Europa – a tutto vantaggio della sovranità nazionale. Su questa base è immaginabile un fronte ampio, potenzialmente dirompente, dal Rassemblement national di Marine Le Pen in Francia al Partito della libertà (Pvv) di Geert Wilders nei Paesi Bassi, dai Die Freiheitlichen austriaci ai sempre più forti populisti scandinavi, all’Alternative für Deutschland tedesca. È ovvio che l’affermazione di quel fronte porterebbe con sé il germe della dissoluzione dell’Ue.

Ma l’avanzata populista non sarà fermata dalla retorica europeista che si appella all’Unione come “progetto di pace”, che difende il continente come modello di civiltà, che sostiene la tesi che senza un’Europa forte saremmo tutti più deboli: quella retorica ormai raggiunge solo i cittadini ancora convinti del fatto che l’integrazione europea possa essere la soluzione, non il problema.

E gli altri, quelli che voltano le spalle all’Ue e alle forze politiche identificate come sostenitrici dell’Europa? L’Unione ha avuto consenso soprattutto perché un tempo alla maggioranza dei cittadini sembrava credibile la sua principale promessa: quella di funzionare come motore di un benessere crescente.

A tanti, oggi quella promessa non sembra più credibile. Le principali forze politiche che hanno finora dominato la scena europea giocheranno da perdenti se non si mostreranno capaci di imprimere una svolta netta nel campo dell’inclusione sociale e della coesione economica.

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