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Ho capito qualcosa della crisi

25 luglio 2011 18:07

Libri letti

Sum. Forty tales from the afterlives, David Eagleman

Whoops! Why everyone owes everyone and no one can pay, John Lanchester

Per mano nel buio, Barbara Demick

Ball of fire. The tumultuous life and comic art of Lucille Ball, Stefan Kanfer

Le avventure di Huckleberry Finn, Mark Twain

Libri comprati

•* Mrs. Caliban*, Rachel Ingalls

Whoops! Why everyone owes everyone and no one can pay, John Lanchester

Le avventure di Huckleberry Finn, Mark Twain

The writer’s journey, Christopher Vogler

Il tempo speso leggendo un libro non è mai del tutto sprecato, anche quando l’esperienza non è delle più felici. C’è sempre qualcosa da imparare. È solo che, una volta ogni tanto, può succedervi di incappare in qualche lettura che vi dà la sensazione di girare a vuoto. Non c’è niente come un paio di romanzi sonnolenti, seguiti da una biografia non troppo avvincente di un personaggio minore, per ricordarci che siamo tutti mortali. Ma che possiamo farci? Non siamo noi a scegliere di perdere tempo leggendo. Capita e basta. I libri ci deludono.

I libri che ho letto di recente invece non mi sono solo piaciuti: mi sono anche sembrati fondamentali. Se dovete leggere la biografia di una diva delle sitcom, assicuratevi che si tratti della sitcom più popolare della storia della tv. Morite dalla voglia di leggere un libro su una società comunista grottescamente disfunzionale? Be’, lasciate perdere Cuba e buttatevi sulla Corea del Nord. Whoops! di John Lanchester dà una spiegazione relativamente semplice della più grave crisi finanziaria della storia. Per Hemingway, Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain è il libro da cui deriva tutta la letteratura statunitense. Un mese di libri superlativi: di tutto e di più. E come digestivo, il libro di David Eagleman Sum, che ci propone quaranta diversi tipi di aldilà. È un pacchetto talmente completo che sarebbe assurdo continuare a leggere, potrei anche fermarmi qui. Però non ho intenzione di mollare questa rubrica, perché mi pagano troppo bene.

Ball of fire di Stefan Kanfer contiene un aneddoto che secondo me giustifica l’esistenza di qualunque biografia, ma proprio tutte. Kanfer descrive i primi tempi del rapporto tra Lucille Ball e Desi Arnaz, che fu turbolento fin dall’inizio: “La domenica sera finiva quasi sempre con una furiosa litigata a causa delle reciproche infedeltà. E si dà il caso che alle loro scenate assi­stessero due dei più grandi pettegoli della città: Francis Scott Fitzgerald e la sua fidanzata, la cronista rosa Sheila Graham, che li guardavano litigare dal terrazzo di Fitzgerald”.

Francis Scott Fitzgerald guardava litigare Lucille Ball e Desi Arnaz? Perché non lo sapevo? Se questa storia è vera – e non c’è ragione di dubitarne – allora tutto è caos. Dobbiamo assolutamente leggere ogni singola biografia, perché tra le sue pagine potrebbe nascondersi una gemma come questa. Forse Thomas Pynchon batte continuamente contro il muro di Sarah Michelle Gellar che tiene la musica troppo alta!

La ragione per cui il libro di Kanfer funziona così bene ed è così pieno di aneddoti divertenti è che Lucille Ball – come Mose Sharp e Rocky Carter, i protagonisti del brillante romanzo di Elizabeth McCracken Niagara falls all over again – ha attraversato la cultura popolare americana di un intero secolo. Ha fatto teatro, cinema, radio e televisione. È uscita con Henry Fonda, ha lavorato con i fratelli Marx, ha conosciuto Damon Runyon. Un Buster Keaton al tramonto l’ha aiutata a sviluppare la parte più fisica della sua comicità. Ha saputo di essere incinta ascoltando alla radio Walter Winchell: s’era fatto passare l’informazione dai tecnici del laboratorio di analisi, prima ancora che le avesse il ginecologo. È stata indagata dalla Commissione sulle attività antiamericane: nel 1936 si era iscritta al partito comunista per fare contento il nonno socialista. Il suo è stato un viaggio straordinario, con al centro un matrimonio burrascoso (l’attrice rese nullo il divorzio da Arnaz finendo a letto con l’ex marito il giorno stesso che uscirono dall’aula del tribunale).

Non c’è nessuna logica dietro alla mia decisione di passare direttamente da Ball of fire alla crisi bancaria, anche se il libro di John Lanchester Whoops! ha certamente rafforzato quel senso di struggente malinconia che ti prende quando devi dire addio a Lucy e Desi e all’epoca d’oro della televisione. Oggi abbiamo ben altro di cui preoccuparci che non la fine delle sitcom di un tempo, quelle sane e ruspanti che univano un paese. E abbiamo scoperto che sono finite anche tutte le altre “epoche d’oro”. Una delle considerazioni di Lanchester è che “le democrazie occidentali liberali sono le migliori società mai esistite. I cittadini di queste società sono, complessivamente, le persone più fortunate mai vissute”. Farò dei confronti con la Corea del Nord un po’ più avanti, ma se considerate che uno degli indicatori di povertà negli Stati Uniti e in Gran Bretagna è l’obesità, capirete che Lanchester non ha tutti i torti: non ci sono obesi in Corea del Nord.

Oggi, però, i cittadini statunitensi e inglesi hanno dei conti da pagare. Un autorevole commentatore ha quantificato i costi del salvataggio economico degli Stati Uniti appena sopra i quattro trilioni e mezzo di dollari: una cifra che “supera quelle spese per il piano Marshall, l’acquisto della Louisiana, gli allunaggi del programma Apollo, la crisi delle savings and loans negli anni ottanta, la guerra di Corea, il new deal, l’invasione dell’Iraq, la guerra del Vietnam e i voli spaziali della Nasa messe insieme. Ripeto: messe insieme (e sì, le vecchie cifre sono maggiorate in base all’inflazione)”. Se stavate pensando di bussare alla porta di un ente pubblico per chiedere un aiuto per quella videoinstallazione artistica, io aspetterei qualche settimana. Qui in Gran Bretagna, il governo ha in programma tagli senza precedenti e quasi certamente impraticabili: il 25 per cento delle spese per i servizi pubblici. Dobbiamo trovare qualcosa come quaranta miliardi di sterline all’anno solo per pagare gli interessi dei nostri debiti.

Whoops! è pieno di numeri. Molti fanno paura, ma alcuni sono divertenti, se avete un senso dell’umorismo che tende all’apocalittico. In un bel capitolo intitolato The mistake, sul catastrofico fallimento dei modelli di rischio matematici usati da banchieri ed economisti, Lanchester spiega ai lettori – be’, per lo meno a me – il concetto di “sigma”, una misura di probabilità. “Un ‘evento 3-sigma’ è qualcosa che in teoria accade solo lo 0,3 per cento delle volte possibili, cioè circa ogni tremila volte che misuriamo qualcosa”. Secondo i modelli matematici, il lunedì nero del 1987 è stato un evento 10-sigma, cioè non si sarebbe dovuto verificare neppure in un altro miliardo di vite dell’universo. Eppure è successo. Nel corso della crisi attuale, il direttore finanziario di Goldman Sachs ha annunciato di aver assistito al ripetersi di eventi 25-sigma “per diversi giorni di seguito”. Lanchester cerca di darci un’idea dei numeri di cui parla, ma sostanzialmente è impossibile: “20-sigma è dieci volte il numero delle particelle presenti nell’universo conosciuto. 25-sigma è più o meno lo stesso, ma con la virgola dei decimali spostata a destra di 52 posti”.

Anche se di particelle nell’universo ce ne fossero solo tre – non sono un fisico, ma tre mi sembrano poche – un numero del genere resta comunque impossibile da inquadrare, e quei manager hanno visto accadere eventi di un’improbabilità così improbabilmente alta ogni santo giorno, per una settimana. Forse resterebbero sconvolti anche se il Brasile vincesse il prossimo campionato mondiale di calcio, perché non l’ha vinto ieri o l’altro ieri, né nessuno dei 4.500 giorni dopo la sua ultima vittoria nel 2002 (per quelli di voi che non seguono il calcio, il Brasile è una squadra molto forte. Ha sempre un’ottima probabilità di vincere i campionati mondiali. Ma i mondiali si giocano solo ogni quattro anni, quindi… Ok, lasciamo perdere).

Nel frattempo, dietro a tutti quei numeri, ai credit default swap e alle cartolarizzazioni c’era un sacco di gente che era stata convinta ad accendere mutui che non poteva permettersi, pagandoli più cari di chi aveva una buona storia creditizia e un lavoro. Una cosa che non avevo mai realizzato è che per Wall street e per la City i mutui subprime e i bond spazzatura sono cose buone – o almeno lo erano – quindi non è che gente senza scrupoli nascondesse beni scadenti sotto prodotti più allettanti. I beni scadenti erano ambiti: più alto è il rischio, più alto è il guadagno. Bello. E i banchieri pensavano di aver sistemato le cose in modo che questo rischio non comportasse svantaggi, per nessuno. Per le banche, la cartolarizzazione con i suoi annessi e connessi era una vera e propria alchimia.

Una delle ragioni per cui Whoops! è andato bene in Gran Bretagna è che John Lanchester è uno di noi. Non è un giornalista di economia: è uno scrittore e un critico, di solito non si occupa di queste cose. Però è figlio di un banchiere, e s’interessa e si preoccupa quanto è necessario. Questo mese ho anche visto il documentario di Charles Ferguson Inside job. Tra tutti e due, Lanchester e Ferguson hanno realizzato l’impossibile: mi hanno fatto sentire non proprio competente, ma almeno in grado di intravedere da qualche parte all’orizzonte un tenue barlume di comprensione. Non conosco tutti voi personalmente, ma scommetto che ne sapete di più sui decabristi e su Jennifer Egan che non sulle formule della campana di Gauss. Giusto? Se ho indovinato, allora questo è il libro che fa per voi.

Per mano nel buio è un libro che parla di quello che succede quando un’economia arriva al tracollo completo, al punto che non resta niente: né lavoro né infrastrutture né da mangiare. Niente. L’ho comprato dopo che mi era stato calorosamente raccomandato da un amico e che aveva vinto un premio per la saggistica in Gran Bretagna, ma non sapevo se l’avrei mai letto. Poi, però, nella primissima pagina ho visto una fotografia sconvolgente della penisola coreana scattata di notte dal satellite, e non l’ho più mollato.

In questa immagine, il sud appare come gli Stati Uniti o la Gran Bretagna o come più o meno tutti gli altri paesi del ventunesimo secolo: punteggiato dalle luci delle sue città, che formano macchie più estese nella zona intorno a Seoul. Al nord, sembra che ci sia una sola persona con una candela accesa nella capitale, Pyongyang. In gran parte della Corea del Nord non c’è elettricità. Ha smesso di funzionare. Ha funzionato per un po’ negli anni novanta, poi basta. A volte – di solito in occasione del compleanno del grande leader – la luce torna per un paio d’ore, ma il resto del tempo il paese è avvolto nell’oscurità.

Barbara Demick ci racconta la vita quotidiana in questo paese povero e arretrato, basandosi sulle testimonianze di persone che sono riuscite a uscirne. Non erano dissidenti, perché di fatto in Corea del Nord la dissidenza non esiste: e come potrebbe, se i cittadini non hanno mai conosciuto un modo diverso di pensare e non hanno accesso a libri, riviste, giornali, cinema, televisione, musica o idee di nessun’altra parte del mondo? Anche parlarsi è pericoloso, se c’è il rischio che i tuoi amici, i tuoi vicini o perfino i tuoi figli siano informatori. Non hai un telefono e non puoi scrivere a nessuno se non hai carta e penna, e se ce le hai il postino può bruciare le tue lettere perché non c’è più niente per accendere un fuoco. Nel frattempo, tutti gli altri muoiono di fame.

Una delle persone intervistate dall’autrice è una maestra d’asilo che ha visto i bambini della sua classe passare da cinquanta a quindici. Non c’è letteralmente niente da mangiare: la gente raschia la corteccia dagli alberi per bollirla nella minestra. È un paese in cui gli abitanti rimpiccioliscono, mentre tutti gli altri crescono: un nordcoreano di 17 anni è alto in media 12,5 centimetri in meno di un suo coetaneo del sud.

Una delle recensioni citate sulla mia edizione tascabile dice che il libro “è una lettura obbligatoria per chiunque sia interessato alla penisola coreana”. E io ho appena speso qualche riga per dirvi quanto sia straziante leggerlo. Forse non gli stiamo facendo una gran pubblicità. Eppure, Per mano nel buio ha una rilevanza che va oltre il suo argomento, se è questo che vi interessa. Whoops! sono due libri che testimoniano quanto tutti noi dipendiamo da un sistema, senza il quale la nostra preziosa ed eccentrica individualità e i nostri valori morali perdono di significato. So che suonerà strano e magari anche insensibile, ma ho trovato il libro di Demick avvincente quanto Ball of fire: entrambi sono pieni di storie straordinarie, storie da ricordare. In altre parole, si può trarre piacere anche dalle sofferenze altrui. È questo il problema, con i bravi scrittori: solo quelli mediocri ti consentono di fare la cosa più umana, e richiudere il libro.

Non c’è quasi più spazio per parlare di Sum o di Le avventure di Huckleberry Finn. In breve, Sum mi è piaciuto, anche se avrei preferito che fosse dotato di un libretto d’istruzioni: dovevo leggere i quaranta saggi tutti d’un fiato? O centellinarli nel corso del mese, gustandomi piccoli momenti di contemplazione dell’aldilà com’è e come dovrebbe essere? Ho il sospetto che la risposta esatta sia la seconda. Ho sbagliato tutto. Quanto a Le avventure di Huckleberry Finn il romanzo più importante della letteratura statunitense: bah! Quel Tom Sawyer è un gran rompiscatole, vero?

*Traduzione di Diana Corsini.

Internazionale, numero 907, 22 luglio 2011*

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