11 novembre 2010 13:05

Alle elezioni statunitensi di metà mandato si è manifestato un livello di rabbia, paura e delusione senza precedenti. Da quando sono tornati al potere, i democratici sopportano tutto il peso della violenta reazione alla situazione politica e socioeconomica in cui gli Stati Uniti si trovano.

A ottobre un sondaggio della Rasmussen ha rivelato che più di metà dei “cittadini comuni” vede con favore il movimento Tea party, e questo la dice lunga sulla disillusione degli americani. La loro rabbia è legittima. Da trent’anni il reddito reale della maggioranza dei cittadini è rimasto fermo o è diminuito, mentre le ore di lavoro, l’insicurezza e i debiti sono aumentati. La ricchezza si è accumulata solo in pochissime tasche, creando diseguaglianze senza precedenti.

Questo è soprattutto il risultato della finanziarizzazione dell’economia cominciata negli anni settanta e del conseguente calo della produzione interna. A favorire questo processo è stata la mania della deregulation amata da Wall street e sostenuta dagli economisti affascinati dal mito dell’efficienza dei mercati. La gente comune vede che i banchieri – i principali responsabili della crisi, salvati dalla bancarotta con fondi pubblici – oggi hanno di nuovo profitti e bonus da record.

Intanto il tasso di disoccupazione ufficiale rimane intorno al 10 per cento e la produzione è ai livelli della grande depressione: una persona su sei è disoccupata e difficilmente troverà presto un buon lavoro. Giustamente le persone vogliono una spiegazione, e gli unici che gliene danno una raccontano bugie che sembrano coerenti. Ma prendere in giro i leader dei Tea party è un errore grave. Sarebbe molto meglio cercare di capire cosa c’è dietro il successo popolare di quel movimento e chiedersi perché dei cittadini giustamente arrabbiati si sono lasciati mobilitare dall’estrema destra.

Scelte politiche disastrose

Davanti alla disoccupazione e ai mutui sulle case impossibili da rimborsare, i democratici non possono lamentarsi delle scelte politiche che hanno provocato questo disastro. Forse i primi colpevoli sono Ronald Reagan e i suoi successori repubblicani, ma certe politiche sono state introdotte da Jimmy Carter e accelerate da Bill Clinton.

Durante la campagna presidenziale, Barack Obama è stato appoggiato in primo luogo dalle istituzioni finanziarie che in questi ultimi vent’anni hanno preso il controllo dell’economia. A proposito dell’Inghilterra del diciottesimo secolo, Adam Smith osservò che i padroni della società, che all’epoca erano gli industriali e i mercanti, facevano in modo che le politiche dei governi favorissero i loro interessi, per quanto “gravose” fossero le conseguenze per la popolazione e, peggio ancora, per le vittime della “selvaggia ingiustizia degli europei” in altri paesi.

Una versione moderna e più sofisticata delle idee di Smith è la “teoria politica degli investimenti” di Thomas Ferguson, secondo cui le elezioni sono occasioni in cui gruppi di investitori si coalizzano per controllare lo stato scegliendo di sostenere chi favorirà i loro interessi. La cosa non dovrebbe sorprenderci.

È naturale che chi ha in mano il potere economico cerchi di controllare la politica, e negli Stati Uniti questa dinamica è più evidente che altrove. Ma il compito dei ricchi e dei potenti è massimizzare i profitti e le quote di mercato. Se non assolvono a quell’obbligo, saranno sostituiti da qualcun altro che lo farà. Non tengono neanche conto dei rischi per il sistema, cioè della probabilità che le loro attività danneggino l’economia in generale. Queste “esternalità” non li interessano.

Salvataggi pericolosi

Quando la bolla scoppia, quelli che hanno corso dei rischi possono sempre rifugiarsi tra le braccia dello stato. I salvataggi, una sorta di polizza di assicurazione pubblica, sono una delle molte perversioni che aumentano le inefficienze del mercato. “Sempre più persone riconoscono che il nostro sistema finanziario sta attraversando un ciclo apocalittico”, hanno scritto gli economisti Peter Boone e Simon Johnson sul Financial Times a gennaio. “Ogni volta che il sistema sbaglia, usiamo i soldi pubblici e il fisco per salvarlo. Ormai è chiaro che si può rischiare e guadagnare senza preoccuparsi delle eventuali perdite: quelle le pagheranno i contribuenti”, e il sistema “potrà risorgere per tornare a giocare d’azzardo e sbagliare ancora”.

Sono vecchio abbastanza per ricordare i giorni infausti in cui la Germania precipitò nella barbarie nazista, per usare le parole del famoso storico tedesco Fritz Stern. In un articolo del 2005, Stern lascia intendere che quando parla di “un processo storico in cui il risentimento contro un mondo laico e disincantato trova espressione in una fuga estatica nell’irrazionalità” pensa al futuro degli Stati Uniti. Il mondo è troppo complesso perché la storia si ripeta, ma vedendo le conseguenze di un altro ciclo elettorale, non dobbiamo dimenticare le lezioni del passato.

Chi vuole aprire la strada a un futuro migliore, e offrire un’alternativa alle tante persone deluse dalla politica che si rifugiano nella rabbia e nell’indignazione, avrà parecchio da fare.

*Traduzione di Bruna Tortorella.

Internazionale, numero 872, 12 novembre 2010*