06 maggio 2011 13:23

In gran parte del mondo il 1 maggio è la festa dei lavoratori, legata alla lotta per la giornata lavorativa di otto ore condotta nell’ottocento dagli operai statunitensi. Ma il 1 maggio che è appena passato stimola cupe riflessioni.

Una decina d’anni fa alcuni militanti del movimento dei lavoratori italiano hanno coniato il termine precariato. Inizialmente si riferiva all’esistenza sempre più difficile di lavoratori “emarginati”: donne, giovani, migranti. Poi però il suo significato è stato esteso applicandolo alla precarietà della forza lavoro, quel “proletariato precario” che subisce i danni di tutti i programmi di flessibilizzazione e deregolamentazione che costituiscono l’attacco al lavoro in corso nel mondo.

In quel momento suscitava crescente preoccupazione perfino in Europa quella che lo storico del lavoro Ronaldo Munck, citando Ulrich Beck, chiama “la brasilianizzazione dell’occidente, cioè la diffusione di un’occupazione temporanea e incerta, e di una informalità senza regole in quelle società occidentali che erano i bastioni della piena occupazione”.

Mentre nel resto del mondo il 1 maggio si associa alla lotta dei lavoratori statunitensi per i loro diritti fondamentali, negli Stati Uniti quella solidarietà viene soppressa a favore di una festività sciovinista, il Loyalty day, istituito dal congresso nel 1958 “per riaffermare la lealtà verso gli Stati Uniti e per riconoscere la tradizione delle libertà americane”. In seguito il presidente Eisenhower decise che il Loyalty day era anche “la giornata della legalità”, celebrata ogni anno esponendo la bandiera nazionale e reiterando formule come “giustizia per tutti”. Nel calendario statunitense, una festa del lavoro c’è: è il Labor day, si celebra a settembre e in realtà festeggia il rientro al lavoro dopo vacanze molto più brevi di quelle di altri paesi industrializzati.

In un rapporto del 2004 l’Organizzazione internazionale del lavoro scriveva che “le incertezze economiche e sociali si stanno moltiplicando con la globalizzazione e con le politiche collegate. Il sistema economico globale si è fatto più instabile e ad accollarsi l’onere del rischio creato, per esempio, dalle riforme delle pensioni e dell’assistenza sanitaria sono sempre più i lavoratori”. Questo è quello che gli economisti definiscono il periodo della “grande moderazione”, salutata come “una delle grandi trasformazioni della storia moderna” guidate dagli Stati Uniti e basate sulla “deregolamentazione dei mercati finanziari”.

Questo peana alla “via americana” al libero mercato lo intonava Gerard Baker, il direttore del Wall Street Journal, nel gennaio del 2007, cioè pochi mesi prima che la crisi – accompagnata dal crollo della teologia economica su cui poggiava – portasse l’economia mondiale sull’orlo del disastro. La crisi ha lasciato gli Stati Uniti con una disoccupazione paragonabile a quella della grande depressione, e per molti aspetti più grave, perché i posti di lavoro non torneranno come fecero invece, grazie agli investimenti dei governi, nei decenni del capitalismo di stato.

Esistenze precarie

Nell’era della grande moderazione i lavoratori americani si sono abituati a un’esistenza precaria. L’ascesa di un precariato statunitense è stata salutata con orgoglio come fattore primario della grande moderazione, che ha portato con sé il rallentamento della crescita, la quasi stagnazione dei redditi reali della maggioranza dei cittadini e una ricchezza inimmaginabile per quell’1 per cento della popolazione composto per lo più da amministratori delegati, manager di hedge fund e simili. Al disastro della grande moderazione hanno poi posto rimedio gli eroici sforzi del governo per premiarne i colpevoli.

Nel lasciare il suo incarico di ispettore generale speciale del pacchetto di salvataggio di Obama, il 30 marzo, Neil Barofsky ha scritto un editoriale sul New York Times in cui spiega il suo lavoro. In teoria il suo compito era far salvare le istituzioni finanziarie dai contribuenti, ma anche risarcire i cittadini e tutelare la proprietà immobiliare. Ovviamente le istituzioni finanziarie sono state ricompensate per aver provocato la crisi, ma il resto del programma è andato a carte quarantotto.

Come scrive Barofsky, “i pignoramenti continuano ad aumentare: sull’arco di vita del programma si prevedono da 8 a 13 milioni di pratiche”. Intanto, “le banche più grandi sono cresciute del 20 per cento rispetto a prima della crisi e controllano una porzione della nostra economia più grande che mai. Esse partono dal ragionevole presupposto che, se necessario, il governo le salverà di nuovo”. In breve, i pacchetti varati dal presidente Obama sono stati “un regalo ai manager di Wall street” e un calcio alle loro vittime indifese.

Tutto questo può sorprendere solo gli ingenui, specie quando il potere economico è così concentrato e il capitalismo di stato è entrato in una nuova fase di “distruzione creativa”, per citare Joseph Schumpeter. Ma bisogna fare una precisazione: è “creativa” solo nei modi per arricchire e dare più potere ai ricchi e ai potenti, mentre tutti gli altri devono cavarsela come possono. Sempre celebrando la festa della lealtà e della legalità.

*Traduzione di Marina Astrologo.

Internazionale, numero 896, 6 maggio 2011*