Resistenze multiculti

23 gennaio 2019 16:15

1. Massimo Zamboni
Kebab träume
Tastiere elettroniche dal Bosforo, uno spirito punk, una stentorea dizione germanica. E si provoca sui tedeschi che si sentono i “turchi di domani”. Questa colonizzazione prefigurata nel 1982 dai D.A.F., band che influenzò i Depeche Mode e i Pet Shop Boys, non ha perso risonanza. Fa bene l’ex chitarrista pensante dei Csi, Massimo Zamboni, a includerla nel suo cassetto di memorie berlinesi che (dopo un libro per Einaudi e uno spettacolo teatrale) frutta adesso anche Sonata a Kreuzberg, stimolante album in tedesco, inglese e italiano.


2. I Hate My Village
Tony Hawk of Ghana
Ok, l’afrobeat all’italiana, che di questi tempi è un bel segno di militanza multiculti, non è privo di significativi precedenti (Jovanotti, Tre Allegri Ragazzi Morti), ma il voltaggio si alza con questo supergruppo. La batteria di Fabio Rondanini (Calibro 35, Afterhours) si mischia con le chitarre di Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion). Alberto Ferrari dei Verdena ci mette la voce, Marco Fasolo produce. Un rock tribale e contagioso, in cui s’intuisce qualcosa del sound del presente, fuori dal ventre molle dell’occidente assopito nel sogno sovranista.


3. Charlotte Gainsbourg
Runaway
A colpi di appropriazioni culturali si arriva anche alla memorabile ballata “alla faccia di chi ci vuole male” di quel pazzoide di Kanye West. Un pezzo che dice letteralmente “brindiamo a tutti i pezzetti di fango”. Ripreso dall’icona cool cine pop preferita di quasi tutti, smussati gli spigoli, addolcita e assimilata in qualche modo a quei lenti che si ballavano negli anni ottanta tipo Reality dal film Il tempo delle mele, nel nuovo ep Take 2 il brano diventa una castrazione del machismo e una rilettura di un pezzo bellissimo in chiave ninnananna dream pop.


Questo articolo è uscito sul numero 1290 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero| Abbonati

pubblicità

Articolo successivo

I video e i progetti digitali finalisti al World press photo