Sister Africa

23 ottobre 2019 14:46

1. As****.****a, Until we try (this lo’)
Un reggae di Lagos, con quell’inglese un po’ pastoso che ci s’immagina per la voce narrante di My sister, the serial killer, il romanzo afro noir della giovane Oyinkan Braithwaite. Più un’economia di fiati e di ritmi che non sa di Africa, ma di arrangiamenti in uno studio parigino. Una nigeriana di mondo, classe 1982, conferma il suo talento con il nuovo album Lucid, prodotto da Marlon B, batterista di quelle band spaziali transalpine (Air, Phoenix). Al servizio di lei, artista con il dono di provare amori, umori e speranza, come colori in cui intingere la voce.

2. Cesare Basile, Mala la terra
E qui abbiamo il percorso inverso: cantautore siculo (“Sugno talianu” rivendica con amarezza) segue un percorso di chitarre d’Africa, mormorando parole sgorgate all’ombra dell’Etna, colate d’invettiva e malumore, sabbia vulcanica e una malìa di musica, come spillata da un cactus con le spine intelligenti. Partito più da un registro Domenica delle salme, adesso, con Cummedia, Basile è al terzo album in questo suo vernacolo da profeta, e su palchi cavernosi calpestati da grandi concerti dai Caminanti, la band che lo accompagna, distante e vicino.

3. London AfrobeatCollective, Power to the women
È risorgimento groove: senti quella sezione fiati, i tam tam che galoppano e pensi a Fela Kuti e a James Brown. Vedi quel video come un cartone distopico e pensi a Black Panther a braccetto con Extinction Rebellion. Senti la voce di Juanita Euka, congolese/argentina, e poi leggi che fa parte di un collettivo di nove musicisti, Francia, Argentina, Nuova Zelanda, Regno Unito e un batterista italiano. Forse sono alfieri di un nuovo acid jazz afro. Son quelle tribù che spuntano a Brixton. Arriva il primo album, Humans, e li si attende al live.

Questo articolo è uscito sul numero 1329 di Internazionale. Compra questo numero|Abbonati

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