Peter Bogdanovich è morto a Los Angeles a 82 anni. La sua carriera, sottolinea nel titolo l’obituary del New York Times, può far pensare a un dramma hollywoodiano, magari fotografato in bianco e nero proprio come i suoi film più importanti: L’ultimo spettacolo (1971) e Paper moon (1973). I motivi di questa associazione si possono far risalire a varie considerazioni. Intanto alla devozione di Bogdanovich per la vecchia Hollywood, celebrata attraverso la sua attività di storico e critico cinematografico. Nelle biblioteche del bravo cinefilo non possono mancare le sue monografie e le sue interviste a grandi registi e attori, tra cui Orson Welles, Robert Aldrich, George Cukor, Howard Hawks, Alfred Hitchcock, Fritz Lang, Lauren Bacall, Humphrey Bogart, James Cagney, John Cassavetes, Charlie Chaplin, Montgomery Clift, Marlene Dietrich, Henry Fonda, Ben Gazzara, Audrey Hepburn e Boris Karloff. Tradotti in italiano si trovano Il cinema secondo Orson Welles (Il Saggiatore) e Chi ha fatto quel film? (Fandango libri).

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Poi ci sono i suoi film, da cui traspare sempre una forma di devozione per il cinema classico di Hollywood. Il suo film più importante è anche il suo primo grande lungometraggio, L’ultimo spettacolo, che all’inizio degli anni settanta vinse due Oscar, attribuiti agli attori “non protagonisti” – Cloris Leachman, che tutti conoscono come la mitologica Frau Blücher di Frankenstein Jr. (morta poco meno di un anno fa) e Ben Johnson, veterano di mille western – e lo lanciò tra i più promettenti registi dell’epoca. Promessa inizialmente mantenuta con un paio di commedie di successo e poi con il magnifico Paper moon, anche quello premiato con un Oscar per la “non protagonista” Tatum O’Neal (che all’età di dieci anni è stata la più giovane vincitrice di un Oscar di sempre). Poi però arrivarono i fallimenti, una serie di film poco apprezzati dalla critica e dal pubblico, in particolare il musical Finalmente arrivò l’amore (1975), con Burt Reynolds e Cybill Shepard: un flop clamoroso di quelli che Hollywood non perdona facilmente. Sempre il New York Times riporta una citazione significativa di Billy Wilder: “Non è vero che Hollywood sia un luogo amaro, diviso da odio, avidità e gelosie. Per riunire la comunità basta un flop di Peter Bogdanovich”.

Infine il dramma vero. Alla fine degli anni settanta Bogdanovich si legò sentimentalmente alla modella Dorothy Stratten che per lui lasciò il marito, Peter Snider. Bogdanovich le affidò una piccola parte nella sua nuova commedia, E tutti risero (1981). Ma poco prima che il film uscisse, Snider uccise Stratten per poi togliersi la vita (la vicenda è raccontata dal film Star 80 di Bob Fosse). Una tragedia personale non facile da superare per Bogdanovich. E di solito basta molto meno per affossare un film. Fatto sta che la commovente commedia con Audrey Hepburn (al suo ultimo film, a parte il cameo in Always di Steven Spielberg), Ben Gazzara e John Ritter, uscì in sordina e fu accolta gelidamente da pubblico e critica. Gli anni seguenti furono costellati di fallimenti economici e da una vita privata molto discussa (in particolare il legame con la sorella minore di Dorothy Stratten, Louise, che il regista sposò nel 1988, quando lei aveva vent’anni, non poteva certo essere ignorata da un certo tipo di stampa). Tutte cose che hanno tenuto Bogdanovich a debita distanza da Hollywood.

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Così, in poco più di dieci anni e in un pugno di film si può archiviare Peter Bogdanovich? Ovviamente no. Più che per la sua figura di reietto di Hollywood, per la sua biografia relativamente sfortunata, per il suo rapporto di amore/odio con i grandi studios californiani, Bogdanovich merita di essere ricordato per i suoi film. Magari non tutti, ma quelli più riusciti, generosi di elementi come nostalgia, malinconia, divertimento, umanità, calore, amore, capaci d’indurre nello spettatore quel languore che solo il cinema della “fabbrica dei sogni” è in grado di provocare.

Cinque film di Peter Bogdanovich:
L’ultimo spettacolo
Con Timothy Bottoms, Jeff Bridges, Cybill Shepherd, Ben Johnson, Cloris Leachman, Ellen Burstyn. Stati Uniti 1971, 118’
La chiusura del cinema di una piccola cittadina del Texas fa da sfondo al passaggio dall’adolescenza all’età adulta di un gruppo di ragazzi. Nel ruolo di uno dei ragazzi si distingue un ventenne Jeff Bridges che si guadagnò una candidatura all’Oscar come attore non protagonista.

Paper moon
Con Ryan O’Neal, Tatum O’Neal, Madeline Kahn. Stati Uniti 1973, 102’
Nel Kansas della Grande depressione un piccolo truffatore si ritrova con un’orfana a carico. Ma più che una zavorra, la bimba si rivelerà un’ancora di salvezza per l’uomo. Dal film fu tratta una serie tv in cui il ruolo di Tatum O’Neal era interpretato da Jodie Foster.

Vecchia America
Con Ryan O’Neal, Burt Reynolds, Tatum O’Neal, Stella Stevens, Brian Keith. Stati Uniti/Regno Unito 1976, 121’
Divertente lettera d’amore ai pionieri della settima arte scritta da Bogdanovich a partire da aneddoti raccolti direttamente dallo stesso regista durante le sue interviste a grandi di Hollywood come John Ford e Raoul Walsh.

E tutti risero
Con Audrey Hepburn, Ben Gazzara, Patti Hansen, John Ritter, Colleen Camp, Dorothy Stratten. Stati Uniti 1981, 115’
I detective di una piccola agenzia investigativa di New York tendono a innamorarsi delle donne che devono spiare per conto dei mariti.

Tutto può accadere a Broadway
Con Imogen Poors, Owen Wilson, Katherine Hahn, Jennifer Aniston, Rhys Ifans, Will Forte. Stati Uniti/Germania 2014, 93’
Commedia newyorchese degli equivoci che coinvolge un regista infedele, la moglie e una squillo con aspirazioni da attrice. In un cameo finale compare Quentin Tarantino che alla fine degli anni novanta ospitò Bogdanovich in difficoltà in una sua casa di Los Angeles proprio come Bogdanovich, negli anni ottanta, aveva ospitato Orson Welles.

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