Il nuovo presidente messicano Andrés Manuel López Obrador, a destra, e l’uscente Enrique Peña Nieto arrivano alla presentazione del governo a Città del Messico, il 20 agosto 2018.

Un presidente di sinistra alle prese con i problemi del Messico

Il nuovo presidente messicano Andrés Manuel López Obrador, a destra, e l’uscente Enrique Peña Nieto arrivano alla presentazione del governo a Città del Messico, il 20 agosto 2018.
29 novembre 2018 11:23

Generalmente si pensa che l’America Latina sia scivolata a destra, soprattutto con l’elezione di Jair Bolsonaro in Brasile. E invece ecco la smentita, non indifferente, arrivata dal Messico, secondo paese del continente per popolazione con 120 milioni di abitanti.

Il 24 novembre, Andrés Manuel López Obrador, soprannominato Amlo dai suoi concittadini, si è insediato alla guida del Messico dopo la vittoria schiacciante alle elezioni di luglio. Quest’uomo di 65 anni non è certo l’ultimo arrivato sulla scena politica. È stato governatore del distretto federale e si è presentato due volte alle presidenziali prima di vincerle la scorsa estate.

Amlo non ha solo vinto le elezioni, ma ha ottenuto la maggioranza assoluta in parlamento, negli stati e nelle città. Oggi controlla tutti i poteri istituzionali, un fatto senza precedenti dall’introduzione del pluralismo in Messico, vent’anni fa. Un trionfo, insomma.

López Obrador è stato eletto grazie a un programma di rottura in un paese che attraversa una crisi profonda, suscitando grandi speranze che dovrà faticare molto per non deludere.

Quest’uomo di sinistra, populista secondo alcuni analisti, ha promesso di affrontare i grandi problemi del Messico come la violenza legata al narcotraffico, la corruzione e la disuguaglianza sociale. López Obrador dovrà anche ricucire i rapporti con Donald Trump, il suo imprevedibile vicino che in passato ha definito “un prepotente irresponsabile” ma con cui oggi vuole adottare un atteggiamento pragmatico.

L’approccio del presidente suscita scetticismo, ma un po’ tutti sono consapevoli del fatto che la risposta militare abbia fallito

Il giudizio su López Obrador, in ogni caso, si baserà prima di tutto sulla sua risposta alla violenza. In un continente che registra i due terzi degli omicidi del mondo pur rappresentando appena l’8 per cento della popolazione mondiale, il Messico detiene il record per il numero di uccisioni: un morto ogni dieci minuti, duecentomila morti nella guerra contro il narcotraffico che continua ad aggravarsi.

Amlo promette un approccio diverso. Vuole disimpegnare l’esercito creando una guardia civile, evoca un’amnistia per i ranghi più bassi delle bande, propone alternative, vuole legalizzare la cannabis. Questo approccio suscita grande scetticismo, ma un po’ tutti sono consapevoli del fatto che la risposta militare abbia fallito.

Questa vittoria di sinistra può apparire in controtendenza rispetto al resto dell’America Latina, ma gli esperti della regione contestano la tesi di una virata a destra evocando piuttosto la “rivolta contro il potere”, per riprendere un’espressione nata con la primavera araba. Il continente paga il prezzo di una crisi del modello vigente, che alimenta l’esasperazione degli elettori.

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In Brasile ne ha beneficiato Bolsonaro, nostalgico della dittatura militare, mentre in Messico ad approfittarne è stato il candidato della sinistra.

Con Bolsonaro alla guida del Brasile a partire dal primo gennaio e Amlo in Messico, i due paesi più popolosi del continente vivranno esperienze politiche diametralmente opposte. Ma attenzione, la rivolta contro i potenti incombe su entrambi in caso di fallimento.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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