Huthi riuniti a Sanaa, Yemen, per sostenere i colloqui di pace, 13 dicembre 2018. (Hani Mohammed, Ap/Ansa)

Un primo passo verso la pace nello Yemen

Huthi riuniti a Sanaa, Yemen, per sostenere i colloqui di pace, 13 dicembre 2018. (Hani Mohammed, Ap/Ansa)
14 dicembre 2018 11:20

C’è voluta l’ostinazione dell’inviato dell’Onu Martin Griffith per arrivare a questo primo risultato, inatteso, che fa nascere una speranza di pace in Yemen. Oltre al lavoro di Griffith, c’è voluto anche lo scandalo dell’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi ordinato dai vertici sauditi, capace di mutare il clima diplomatico.

Non è facile creare condizioni di fiducia in un contesto di guerra civile, conflitto regionale e scontro d’influenze internazionale. Per garantire la riuscita della conferenza di Stoccolma tra i belligeranti, Martin Griffith si è recato personalmente a Sanaa, imbarcandosi con i delegati dei ribelli huthi per rassicurarli ed evitare un nuovo fiasco dopo quello del mancato appuntamento di Ginevra.

Stavolta gli huthi erano presenti e, per la prima volta dopo almeno due anni, hanno stretto la mano ai rappresentanti del governo legale dello Yemen, prima di negoziare un primo accordo, annunciato il 13 dicembre alla presenza del segretario generale dell’Onu António Guterres.

Il nodo decisivo di Hodeida
Non siamo ancora arrivati alla pace, ma è un primo passo fondamentale per scongiurare una catastrofe umanitaria annunciata.

Il nodo decisivo era il porto di Hodeida, in mano ai ribelli e attraverso il quale passa buona parte dei rifornimenti destinati ai milioni di yemeniti. Sostanzialmente accerchiata, in caso di fallimento a Stoccolma, Hodeida sarebbe stata sicuramente presa d’assalto e conquistata (o distrutta) dalle forze della coalizione guidata dall’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, e milioni di civili ne avrebbero pagato le conseguenze.

L’accordo di Stoccolma prevede un cessate il fuoco a Hodeida e consolida la tregua relativa delle ultime settimane. Il cessate il fuoco sarà garantito dall’invio di forze neutrali supervisionate dall’Onu e dalla creazione di corridoi umanitari per approvvigionare la popolazione.

Non sarà facile far rispettare l’accordo, che prevede un ritiro dalla zona delle forze dei due schieramenti, ma è comunque la prima volta in quasi quattro anni di guerra che il dialogo ha prodotto un risultato simile.

I negoziatori dovranno consolidare questo accordo prima di andare avanti. Avranno bisogno di una risoluzione del Consiglio di sicurezza per ottenere un quadro legale e la protezione delle grandi potenze.

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In ogni caso, questo primo passo dimostra che è possibile invertire l’escalation del conflitto e soprattutto convincere gli attori esterni che partecipano al conflitto in Yemen a farsi da parte, che si tratti dei sauditi, degli Emritati, degli iraniani o degli occidentali. Il 13 dicembre a Washington, contro il parere dell’amministrazione Trump, il senato a maggioranza repubblicana ha votato per l’interruzione del finanziamento di questa guerra da parte degli statunitensi.

Lo Yemen ha già abbastanza contraddizioni interne per non dover subire anche quelle regionali, in particolare la rivalità iraniano-saudita. Le sofferenze degli yemeniti non cesseranno da un giorno all’altro, ma quantomeno è tornata la speranza. La forza della diplomazia è quella di saper approfittare delle occasioni, anche tragiche come l’assassinio di Jamal Khashoggi.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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