12 novembre 2021 10:06

Tra sei settimane, il 24 dicembre, i libici saranno chiamati a eleggere il loro presidente per la prima volta nella storia. Avete letto bene: è la prima volta che i sette milioni di libici avranno questa opportunità, dopo aver conosciuto la monarchia, quarant’anni di regime del colonnello Muammar Gheddafi e infine dieci anni di caos e guerra civile dopo la sua morte.

L’obiettivo della conferenza internazionale che si svolge il 12 novembre a Parigi è incoraggiare questo processo e soprattutto fare in modo che la comunità internazionale si esprima in modo compatto. Questo risultato è tutt’altro che scontato, perché intorno al tavolo ci saranno molti secondi fini, interessi divergenti e una grande quantità di cinismo. D’altronde negli ultimi anni la Libia è stata il teatro crudele delle rivalità del mondo.

Fino all’ultimo momento resterà una forte incertezza sull’effettivo svolgimento del voto presidenziale e legislativo del 24 dicembre, che di sicuro sarà tutt’altro che perfetto. Tuttavia molti preferiscono elezioni imperfette all’assenza totale di elezioni, con il rischio di rilanciare una guerra civile congelata da poco più di un anno.

Un’assicurazione sul campo
A Parigi si affronterà il tema particolarmente problematico della presenza dei combattenti stranieri sul suolo libico: da un lato, le truppe turche e i mercenari siriani che sostengono le vecchie autorità di Tripoli; dall’altro i mercenari russi della società Wagner, legati al Cremlino, e altri miliziani siriani schierati con Bengasi, nell’est del paese.

La conferenza di Parigi dovrebbe riaffermare, com’era già accaduto nell’incontro organizzato a Berlino prima dell’estate, la necessità che le forze straniere lascino la Libia. I rappresentanti turchi e russi firmeranno la dichiarazione, ma difficilmente ritireranno le loro truppe. Ognuno dei due schieramenti, infatti, considera la presenza dei soldati come una sorta di assicurazione in caso di problemi. Al massimo, entro il 24 dicembre potremo assistere alla partenza dei combattenti siriani, senza che questo cambi molto la situazione sul campo.

Il voto riporterà la stabilità in Libia? Le incognite sono molte ed è presto per dirlo

Gli europei e gli statunitensi, e anche i libici, vorrebbero che tutti i combattenti stranieri se andassero prima del voto, ma non è un requisito per lo svolgimento delle elezioni.

Il voto riporterà la stabilità in Libia? Le incognite sono molte ed è presto per dirlo. La cattiva notizia è arrivata dalla candidatura alla presidenza del maresciallo Khalifa Haftar, l’uomo forte dell’est della Libia. Diversi paesi, tra cui gli Stati Uniti, sono intervenuti per chiedergli di rinunciare, a causa del suo ruolo nella guerra civile e in particolare dell’offensiva sferrata contro la capitale Tripoli nel 2019. Haftar, evidentemente, non ha accettato il consiglio.

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La presenza del maresciallo solleva forti dubbi sull’impegno di tutte le parti a rispettare il verdetto delle urne, anche perché i problemi logistici offriranno infinite occasioni di contestazione. La conferenza di Parigi è destinata a creare una parvenza di unità internazionale, piuttosto fittizia in realtà, per convincere le fazioni libiche a dare una possibilità al processo elettorale.

La posta in gioco è enorme: l’impatto della destabilizzazione libica, infatti, si fa sentire nel Sahel e nel Mediterraneo, e le sofferenze dei libici (come quelle dei migranti ostaggio dei conflitti) sono durate fin troppo. La speranza di un successo, però, resta minima.

(Traduzione di Andrea Sparacino)