07 luglio 2022 10:26

Boris Johnson è maestro nella sopravvivenza in situazioni politiche disperate, ma stavolta gli servirà un colpo di scena per conservare la carica di primo ministro del Regno Unito. Il Financial Times lo ha paragonato a uno schema Ponzi, una struttura finanziaria piramidale che finisce per crollare quando la fiducia sparisce.

Il 6 luglio due pesi massimi del governo, i ministri dell’economia e della salute, si sono dimessi dichiarando di non avere più fiducia in Johnson. A quel punto si è scoperchiato il vaso di Pandora: in serata i ministri e segretari di stato dimissionari erano ormai trenta. Il capo dell’opposizione laburista, Keir Starmer, si è concesso una battuta di spirito: “È la prima volta in cui è la nave ad abbandonare i ratti”.

Le ragioni dichiarate di questo esodo sono di natura morale, anche se in fondo il vero motivo delle defezioni è la paura che Johnson sia diventato un handicap piuttosto che una risorsa nel tentativo del partito conservatore di mantenere il potere. Le ultime elezioni parziali perse dai tory hanno fatto scattare l’allarme.

Le questioni etiche sono indiscutibilmente presenti e continuano ad accumularsi. Johnson è sopravvissuto a malapena al “Partygate”, lo scandalo provocato dalle feste organizzate in piena pandemia nella sua residenza ufficiale. Ora però è stato travolto dal “Pinchergate”, dal nome di un deputato a cui è stato assegnato un incarico importante nel partito ma che era stato implicato in una vicenda di molestie sessuali. Johnson lo sapeva, ma ha mentito. Forse è stata una bugia di troppo.

La sua traiettoria verso il potere è stata caratterizzata da una totale mancanza di rispetto per le regole

Abituato alle tempeste politiche, di solito Johnson tende a cavarsela con una buona dose di audacia, di malafede e di fortuna. La sera del 6 luglio ha tenuto duro respingendo la richiesta di dimissioni arrivata da un gruppo di ministri lealisti, a cominciare dalla ministra dell’interno Priti Patel. Ma a Londra si respira un’atmosfera da fine regno, che rischia di durare a prescindere dall’esito di questa nuova crisi.

I conservatori non sono minacciati in parlamento, perché godono di una maggioranza comoda. Tuttavia la loro autorità continua a sgretolarsi. La magia di Boris Johnson, evidentemente, non funziona più.

Johnson ha seguito un percorso politico atipico. Ex giornalista dalla reputazione dubbia, è entrato in politica come sindaco di Londra con un profilo cool che prometteva di incarnare un rinnovamento.

Ma il suo passaggio alla politica nazionale lo ha trasformato in un leader populista, il cui momento di gloria è arrivato con l’adesione al fronte della Brexit nel 2015, vittorioso contro ogni attesa. In seguito la sua traiettoria verso il potere è stata caratterizzata da una totale mancanza di rispetto per le regole.

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Ora questo Trump britannico potrebbe essere vicino all’uscita di scena. Se c’è un luogo dove non sarà rimpianto, è sicuramente l’Unione europea. Al momento è in corso un nuovo braccio di ferro sulla questione irlandese con un governo britannico che tradisce gli impegni presi provocando le reazioni irritate dei suoi interlocutori.

A Parigi si mormora da settimane che un’intesa con il Regno Unito sarebbe molto utile in questi tempi di guerra in Ucraina, ma che è necessario attendere la caduta di Johnson per trovare un “un accordo cordiale”. Questo momento potrebbe essere arrivato.

(Traduzione di Andrea Sparacino)