È la prima crepa importante all’interno dell’amministrazione Trump dall’inizio della guerra israelo-statunitense contro l’Iran, quasi tre settimane fa. Ad aprirla non è stato un militante isolazionista del movimento Make America great again (Maga), ma un eroe di guerra. Il 17 marzo Joe Kent, direttore del National counterterrorism center, si è dimesso dal suo incarico in disaccordo con la guerra in Iran.
Kent, che ha partecipato a undici conflitti e la cui moglie, militare delle forze speciali, è morta in Siria nel 2019 in seguito a un attentato del gruppo Stato Islamico, ha rivolto a Trump un’accusa grave, affermando che il presidente porta avanti la guerra “sotto la pressione di Israele e della sua potente lobby negli Stati Uniti”. Kent ha sottolineato che l’Iran non rappresentava una minaccia imminente per l’America.
Le dimissioni del capo dell’antiterrorismo arrivano in un momento critico per Trump, impantanato in una guerra che non sta andando come previsto. L’idea che il presidente statunitense si sia lasciato trascinare nel conflitto dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu circola dall’inizio della guerra, senza che le smentite della Casa Bianca abbiano il minimo effetto. Ora Kent ha dato a questa tesi la credibilità di una persona interna all’amministrazione.
Se la guerra procedesse bene tutto questo non sarebbe troppo grave, ma il blocco dello stretto di Hormuz solleva un doppio problema per Trump: quello dei prezzi dell’energia, che innervosiscono gli elettori statunitensi, e quello dell’affronto inflitto a Washington dai governi europei, che si sono rifiutati di rispondere al suo appello affinché mettessero in sicurezza il canale. Il 17 marzo Trump ha preso di mira i paesi della Nato minacciando di lasciare l’Alleanza atlantica.
La situazione vissuta da Trump contrasta con quella in cui si trova il suo principale alleato in questa guerra, ovvero Netanyahu. Il 17 marzo il primo ministro israeliano ha annunciato un nuovo successo dei suoi servizi di sicurezza: l’uccisione a Teheran di Ali Larijani, uno dei leader del regime.
In Israele Netanyahu gode di un ampio consenso sulla necessità di combattere l’Iran ed Hezbollah in Libano, mentre Trump deve fare i conti con l’ostilità della maggioranza degli statunitensi.
Fin dall’inizio è apparso chiaro che Netanyahu e Trump non hanno lo stesso programma né gli stessi obiettivi. Probabilmente Trump rimpiange di non aver fermato la guerra subito dopo la morte della Guida suprema Ali Khamenei, che gli avrebbe permesso di cantare vittoria.
Oggi, con lo stretto di Hormuz bloccato e i missili iraniani che continuano a piovere sugli alleati degli Stati Uniti nel Golfo, per il presidente americano sarebbe molto più difficile proclamarsi vincitore, soprattutto se il regime dovesse restare in piedi, anche in un Iran devastato.
Trump è preda della sua ignoranza. Il 16 marzo il presidente ha lasciato a bocca aperta il mondo confessando che non si aspettava un attacco dell’Iran contro i paesi del Golfo, nonostante Teheran minacciasse da tempo di colpire le basi statunitensi.
Tra un Netanyahu che gestisce la guerra metodicamente e un Trump che improvvisa ogni passo c’è una differenza impietosa. Le accuse lanciate da Joe Kent nella sua lettera di dimissioni rendono questo contrasto ancora più eloquente.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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