Ci sono due modi per analizzare quello che sta succedendo tra l’Iran e gli Stati Uniti, con la minaccia di un’ennesima escalation. Il primo è seguire quotidianamente i tweet di Donald Trump, rischiando di non capirci nulla. Il presidente degli Stati Uniti cambia continuamente strategia e toni: un giorno minaccia, quello dopo concilia; un giorno promette la guerra, quello dopo annuncia di voler strangolare economicamente Teheran. Il 2 settembre, ha nuovamente invitato la popolazione iraniana a ribellarsi.
Il secondo modo è osservare con attenzione cosa è successo dal 17 giugno, quando Trump ha firmato un protocollo d’intesa con l’Iran nella cornice dorata di Versailles. Il documento prevedeva un cessate il fuoco, la riapertura dello stretto di Hormuz, lo sblocco di miliardi di dollari di patrimonio iraniano e due mesi per negoziare sul nucleare. Niente di tutto questo è accaduto, fatta eccezione per un cessate il fuoco immediatamente violato. Gli ultimi due mesi sono passati senza grandi cambiamenti.
Qual è la strategia di Donald Trump? In realtà non ne ha una, e questo è una buona parte del problema. Trump pensava che la guerra con l’Iran sarebbe stata rapida, poco costosa e capace di rafforzare la fama di comandante in capo audace che si era conquistato a gennaio a Caracas.
Le cose, chiaramente, sono andate in modo diverso: il conflitto ha superato i sei mesi di durata, è estremamente impopolare negli Stati Uniti, pesa sull’economia mondiale e allontana Washington dai suoi alleati. Né il negoziato né la pressione militare ed economica hanno fatto piegare l’Iran, tanto che oggi sono gli Stati Uniti a ritrovarsi in stallo, nonostante i tweet trionfali del presidente.
Teheran è più forte
Da giugno Trump cerca in ogni modo di sbarazzarsi di questa guerra, ma si scontra con l’intransigenza iraniana. A Teheran i sostenitori della linea dura hanno capito che Trump ha più da perdere di loro, nonostante le sanzioni e i bombardamenti. Per questo alzano la posta.
Nel contesto internazionale attuale, i dirigenti iraniani non hanno alcun interesse a fare un passo indietro. In settimana Cina e Russia hanno offerto al governo iraniano una grande vetrina in occasione del vertice di Bishkek, in Kirghizistan, il cui comunicato finale contiene condoglianze all’Iran per la morte della sua guida suprema, uccisa dagli statunitensi all’inizio della guerra.
La ripresa dei bombardamenti e l’imposizione di nuove sanzioni non faranno arretrare Teheran. L’equazione è la stessa fin dall’inizio: la capacità di resistere dell’Iran è grande, e a pagare il prezzo della guerra è soprattutto la popolazione. Per capire il conflitto in corso, dunque, non bisogna seguire i tweet di Trump, ma analizzare la psicologia dei due protagonisti: a questo gioco, il regime tirannico di Teheran è più forte del presidente disfunzionale della prima potenza mondiale.
Trump, disperato, ha di nuovo invitato alla ribellione la popolazione iraniana. Davvero pensa che qualcuno possa ascoltarlo, dopo la promessa di aiuto infranta a gennaio, quando i Guardiani della rivoluzione reprimevano brutalmente i manifestanti? Cosa farebbe Trump se ci fosse un altro sollevamento popolare seguito da una nuova repressione? In qualunque scenario, Donald Trump si ritrova preso nella sua stessa trappola.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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