Il recente accordo che libera il Qatar dall’embargo di Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Egitto e Bahrein è una buona notizia. L’intesa riflette una combinazione di vecchi metodi che non hanno funzionato e nuove promettenti realtà all’interno della diplomazia tra i paesi arabi. E permette di analizzare il modo in cui questi paesi prendono le loro decisioni. La fine del boicottaggio è la prima certificazione formale del fallimento delle politiche degli Emirati e dell’Arabia Saudita negli ultimi anni. Il brusco dietrofront dei leader sul boicottaggio potrebbe sollecitare un cambio nella visione che i loro seguaci hanno del mondo. Tutti dovrebbero essere felici per la ripresa dei rapporti diplomatici con Doha, soprattutto se si guarda ai disastri causati dalle strategie politiche e militari più aggressive intraprese dagli Emirati e dall’Arabia Saudita da quando sono saliti al potere i due principi ereditari Mohammed bin Zayed e Mohammed bin Salman.

L’embargo del Qatar è stata la mossa più eclatante e bizzarra dell’accoppiata emiratino-saudita, basata su delle accuse inventate di aver sostenuto il terrorismo. Gli Emirati, l’Arabia Saudita e i loro alleati sono stati degli incompetenti tanto in fatto di negoziati quanto in politica estera. Basta vedere quanto poco sostegno ha ricevuto il boicottaggio a livello internazionale e i vari tentativi fatti da molti paesi importanti (come il Kuwait, gli Stati Uniti e la Germania) per cercare di fermarlo.

Le tensioni politiche non sono risolte, ma potranno essere affrontate attraverso un dialogo serio, invece che con impulsivi scatti di collera

Il nuovo accordo afferma tacitamente il fallimento dell’embargo, nella tipica maniera mediorientale in cui si ammette di aver sbagliato ma non esplicitamente. Se è una nobile tecnica per salvare la faccia o una conseguenza della debolezza politica sarà la storia a deciderlo. Per ora possiamo dire solo che le tensioni politiche tra i paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg) che hanno deciso il boicottaggio non sono risolte, ma almeno potranno essere affrontate attraverso un dialogo serio, invece che con impulsivi scatti di collera.

La maggior parte delle critiche rivolte al Qatar riflettono delle differenze politiche e ideologiche che secondo i fautori del boicottaggio minacciano il loro benessere: la libertà di raccontare i fatti e commentarli concessa al canale televisivo Al Jazeera e agli altri mezzi d’informazione in arabo e in inglese finanziati dal Qatar; i buoni rapporti economici con la Turchia e l’Iran; l’appoggio dato in tutto il Medio Oriente ai movimenti politici islamisti, alcuni dei quali hanno vinto in elezioni libere. Per cogliere l’incompetenza emiratina e saudita basta vedere quanto si sono rafforzati i legami politici e strategici di Iran e Turchia nella regione araba rispetto a tre anni fa, come prosperano i mezzi d’informazione sostenuti dal Qatar, e come Doha oggi resista al bullismo dei suoi vicini.

L’aver messo fine al boicottaggio senza risolvere le questioni che l’hanno ispirato è una replica dell’intramontabile diplomazia tra paesi arabi, un ciclo infinito di decisioni sbagliate e impulsive prese da potenti che non devono rendere conto a nessuno e che ha devastato le vite di decine di milioni di persone innocenti.

Tuttavia la ripresa dei rapporti diplomatici offre un barlume di speranza per quelle iniziative congiunte tra Emirati e Arabia Saudita segnate da forzature regionali e militarismo che il più delle volte poi si sono ritorte contro di loro, in particolare in Libia, Yemen, Libano, Siria e Somalia. Non sappiamo cosa abbia spinto i leader dell’Arabia Saudita e degli Emirati a mettere fine all’embargo. Circola l’ipotesi che il re saudita abbia voluto alleggerire la pressione su suo figlio, il principe ereditario Mohammed bin Salman, prima dell’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti (Joe Biden ha promesso che chiederà conto delle loro azioni ai sauditi sullo Yemen, il Qatar, la Libia, o altri paesi).

D’altra parte la reazione del Qatar al blocco mostra ancora una volta come la determinazione e la tenacia di una nazione possano sconfiggere le bugie. Ad aiutare il Qatar ha contribuito il fatto di essere un paese ricco e piccolo, che ha beneficiato del sostegno dei suoi potenti amici internazionali. Ma l’aver resistito alle minacce ha richiesto una dose di sicurezza difficile da trovare nelle classi dirigenti arabe. Le riforme intraprese dal paese per rafforzare la sua autonomia lasciano presagire che anche le sue debolezze diminuiranno: una lezione utile per molti.

Sull’accordo restano molte domande senza risposta: cos’ha offerto il Qatar in cambio? Che ruolo hanno avuto gli Stati Uniti, la cacciata di Trump dalla Casa Bianca, le ombre dell’Iran e di Biden che aleggiano sulla regione? L’intensificarsi dei rapporti dei paesi del Golfo con Israele ha avuto un impatto, magari facendo sentire quei paesi più sicuri in caso di ingerenze da parte degli Stati Uniti e dell’Iran? Il tempo ce lo dirà.

(Traduzione di Francesco De Lellis)

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