Una filiale del Monte dei Paschi di Siena a Roma, il 28 dicembre 2016.

È giusto usare soldi pubblici per salvare i risparmiatori che si sono fidati delle banche?

Una filiale del Monte dei Paschi di Siena a Roma, il 28 dicembre 2016.
09 gennaio 2017 16:37

Ci sono due atteggiamenti opposti, riguardo alla recente crisi delle banche e all’intervento pubblico del governo italiano nel Monte dei Paschi di Siena (Mps). Il primo risponde allo slogan “Non con i nostri soldi” e contesta che si aprano i cordoni della spesa pubblica – aumentando il debito e dunque scaricando l’onere sulle future generazioni – per salvare le banche, mentre non si è fatto altrettanto per salvare gli esodati, i disoccupati, i giovani, i poveri eccetera. Il secondo invece è “Giù le mani dal risparmio” e invoca a gran voce la protezione dei risparmiatori che sono o rischiano di diventare vittime dei guai degli istituti a cui hanno affidato, in vari modi, i loro soldi.

Se “le banche” – e peggio ancora, “i banchieri” – sono il comune nemico dei due ragionamenti, il loro sbocco concreto è agli antipodi: la prima linea – “non con i nostri soldi” – vorrebbe che il governo restasse fuori del gioco; mentre la seconda – “giù le mani dal risparmio” – esige un intervento delle casse pubbliche a sostegno di quelle private. Eppure, non è infrequente sentire questi slogan nello stesso partito, nella stessa associazione, nello stesso comitato o dalla stessa persona, a seconda del momento in cui cade la vicenda o in cui se ne parla. Il che dimostra quanto grande sia la confusione in campo finanziario e quanto intricata sia la questione; ma anche quanto sia urgente cominciare a sbrogliare qualche nodo, a partire dall’ultima puntata.

Il governo italiano infatti ha deciso di intervenire, con la nazionalizzazione di Mps, non solo per ricapitalizzare la banca, per evitare che questa resti senza liquidi e si scateni per effetto domino una crisi bancaria generalizzata, e per gestire la sua transizione verso tempi migliori. Ma anche per rimborsare i risparmiatori che hanno investito in titoli di rischio della banca stessa, le famigerate obbligazioni subordinate possedute dai risparmiatori retail, cioè che le hanno comperate agli sportelli.

I possessori di obbligazioni bancarie sono pochi e non tra i ceti più poveri del paese

È stata rilevata da più parti (anche su questo sito) la disparità di trattamento che si viene così a creare con i risparmiatori vittime dei fallimenti nel 2015 di Banca Etruria, Carichieti, Banca Marche e Cassa di risparmio di Ferrara, che non hanno goduto di un rimborso integrale e incondizionato. Ma se chiamiamo in ballo la categoria dell’equità, dovremmo porci anche un’altra domanda: che trasferimento di denaro si sta attuando con questa manovra? Si tratta di soldi pubblici che vengono – o verranno – dalle tasse pagate dai contribuenti: dall’Irpef dell’operaio, dall’iva che paga anche il disoccupato quando fa la spesa, insomma da tutti, anche i meno abbienti (anzi, soprattutto dai redditi più bassi).

I possessori di obbligazioni bancarie, invece, sono pochi e non tra i ceti più poveri del paese. Secondo un’analisi di Bloomberg sui dati di Banca d’Italia, il 5,4 per cento delle famiglie italiane ha obbligazioni bancarie, e il patrimonio medio di queste famiglie è doppio di quello medio di tutte le altre. Secondo questa analisi, le famiglie che hanno in portafoglio obbligazioni bancarie erano, alla fine del 2014, 1,4 milioni e avevano un patrimonio medio intorno ai 500mila euro: non è da straricchi, se si considera che nel patrimonio ci sono anche gli immobili; ma sta di fatto che la famiglia italiana media possiede molto meno, cioè 218mila euro di patrimonio.

Evitare l’instabilità del sistema
Non solo: le famiglie che hanno obbligazioni bancarie, scrive Bloomberg su dati Bankitalia, appartengono alla fascia di reddito più alta (sopra i 52mila euro all’anno, il 12 per cento superiore della distribuzione del reddito). Dunque: il popolo dei bond che il governo italiano corre a proteggere non è poi tanto povero e bisognoso.

E allora? Non è che solo i poveri sono degni di tutela, si potrebbe rispondere. Sì, è vero che intanto per i poveri-poveri stiamo facendo ben poco (siamo l’unico paese europeo, esclusa la Grecia, che non ha una misura universale di protezione contro la povertà), ma adesso è la crisi bancaria a essere esplosa e a questa dobbiamo porre rimedio, evitando che i risparmiatori traditi fuggano del tutto e cresca l’instabilità del sistema.

A sostegno di questa tesi si possono portare molte testimonianze, di famiglie che stanno nella parte inferiore della media dei numeri dati prima e che hanno perso tutti i propri pochi e sudati risparmi nella lotteria dei bond bancari. Però per accettare questo ragionamento, dobbiamo fare un altro passo avanti e chiederci: chi è stato tradito e da chi?

Il risparmio e il rischio
I dati sulla composizione dei portafogli delle famiglie italiane, tratti dall’indagine che ogni due anni la Banca d’Italia fa sui bilanci delle famiglie italiane, ci danno il quadro delle scelte per l’investimento dei risparmi. Se guardiamo al portafoglio medio, più della metà dei soldi sta negli strumenti più banali: depositi, certificati, insomma le cose alla portata di tutti. Il 20 per cento va agli investimenti gestiti (cioè ai fondi). Solo il 12,1 per cento è in titoli di stato, che adesso danno un rendimento molto basso. Seguono gli strumenti finanziari un po’ più rischiosi: il 9,6 per cento in obbligazioni private (che sono nella stragrande maggioranza obbligazioni bancarie, si veda qui per la composizione ) e in azioni (4,9 per cento). Infine, con l’1,1 per cento, troviamo l’investimento in titoli esteri, riservato evidentemente a una estrema minoranza.

Se però andiamo a vedere i portafogli differenziandoli per classe di ricchezza del capofamiglia, le cose cambiano: tra i più poveri l’impiego in depositi e certificati è quasi totalitario, mentre solo tra i più ricchi diventa consistente la fetta delle azioni e delle obbligazioni.

Attenzione: questo non ci dice solo che – ovviamente – i più poveri hanno meno soldi e i più ricchi investono di più, ma anche che il peso percentuale degli investimenti più rischiosi cresce al crescere della classe di ricchezza. Nei primi tre quinti di ricchezza, l’investimento in azioni è rarissimo, quello in obbligazioni assai modesto. Nell’ultimo quinto, che possiede il 64,6 per cento della ricchezza finanziaria del paese, 10,8 euro su 100 sono investiti in obbligazioni private, 6,5 in azioni. Fin qui, tutto confermato: al crescere della ricchezza cresce anche la volontà di diversificare il portafoglio, e di prendersi qualche rischio comprando azioni e obbligazioni. Le seconde sono più gradite delle prime, anche perché – ma su questo torneremo – fino al 2012 hanno goduto di un trattamento fiscale di favore; tant’è che la loro presenza percentuale in portafoglio, che è sopra la media per il quinto più ricco, sale al 5,7 per cento già al secondo quintile della ricchezza.

Ma c’è un’altra tabella che vale la pena di considerare, ed è quella che guarda i portafogli in base al titolo di studio del capofamiglia.

Qui si conferma il quadro prima descritto per tutti gli strumenti finanziari tranne che per le obbligazioni private. Come prevedibile, a titoli di studio bassi corrispondono strumenti finanziari per niente sofisticati, mentre le azioni sono più diffuse tra chi ha il diploma e la laurea. Ma se si guarda alla voce obbligazioni si vede che queste sono spalmate su tutti i titoli di studio, con la sola (marginale) eccezione della posizione di chi non ha neanche la licenza elementare. Agli italiani è bastato avere la quinta elementare per pensare di essere in grado di comprare obbligazioni. E questo, nonostante il fatto che le indagini sulle competenze finanziarie ci dicano che queste sono ancor meno diffuse dei titoli di studio formali: secondo Bankitalia, solo il 43 per cento delle persone adulte sa leggere un estratto conto, calcolare la variazione del potere d’acquisto e distinguere tra categorie di mutui. Questa percentuale scende al 28 per cento tra chi ha la sola licenza elementare e sale al 62 per cento tra i laureati (si può anche leggere in un altro modo: 38 laureati su 100 non hanno le competenze finanziarie minime).

Il successo dei bond
Se le obbligazioni sono più diffuse delle azioni (anche tra chi ha titoli di studio molto bassi) non è dunque a causa di una sufficiente competenza finanziaria, ma per una serie di altri motivi. Il primo è nel fatto che in Italia non c’è una stretta corrispondenza tra titolo di studio e classe economico-sociale: molti imprenditori non hanno neanche il diploma, il che non gli impedisce di gestire aziende e prendere rischi. C’è poi un altro motivo, ed è nel grande boom che le obbligazioni private hanno avuto quattro-cinque anni fa.

La vicenda è ricordata in un altro studio di Bankitalia, sulle obbligazioni bancarie nei portafogli delle famiglie italiane, nel quale si ricorda che questo strumento finanziario, tradizionalmente poco usato, ebbe già un picco nel 1973, per poi inabissarsi e tornare in auge in tempi recenti. Nella prima parte degli anni settanta il boom fu dovuto alle emissioni degli istituti di credito speciale, fatte per finanziare gli investimenti delle imprese: allora quei titoli davano affidabilità perché si trattava di banche pubbliche, poi furono soppiantati dalla concorrenza dei titoli di stato che davano rendimenti maggiori ed erano tassati meno. Finché, dal 1996, la tassazione delle obbligazioni bancarie è stata equiparata a quella dei titoli di stato, i cui rendimenti nel frattempo erano scesi molto. Si arriva così a un altro picco nella diffusione di queste obbligazioni, nel 2012: anno in cui, per scelta del governo Monti, viene meno il regime fiscale di favore e le obbligazioni perdono peso nei portafogli delle famiglie. Ma per tutti gli anni nei quali sono state “spinte”, a farlo non erano più istituti speciali, bensì banche private; e le piccole banche ancor più delle grandi. Già erano, di per sé, strumenti un po’ più rischiosi dei titoli di stato, e lo sono diventati ancor di più in tempi recentissimi, con la normativa europea sui bail in.

Se lo stato, neoproprietario del Montepaschi, risarcendo tutti, di fatto ammette che c’è stata vendita fraudolenta generalizzata, dovrebbe poi perseguire i responsabili

I risparmiatori retail, che hanno comprato allo sportello queste obbligazioni, sono stati invogliati da rendimenti più alti rispetto a quelli dei titoli più sicuri, incentivati dal regime fiscale favorevole, e spinti dai funzionari delle banche, che erano a loro volta incentivati a vendere le obbligazioni emesse dai propri istituti. Queste obbligazioni erano di varie categorie, con diversi livelli di rischio: in particolare le “subordinate” erano le più rischiose. Sono stati ingannati? Gli è stata nascosta la reale rischiosità dell’investimento? Oppure – peggio – sono stati costretti a comprare obbligazioni per poter avere linee di credito aperte o mutui? Se così è, dovrebbero essere completamente risarciti e chi ha violato le regole dovrebbe essere perseguito. Ma la soluzione che si prospetta per il Montepaschi (che riguarda circa quarantamila risparmiatori) è quella di risarcire tutti, a prescindere dall’esistenza di questi requisiti.

Un risarcimento a pioggia
Per le quattro banche fallite nel 2015 è stata scelta una strada diversa. Ferma restando la possibilità di rivolgersi all’arbitrato per avere il pieno risarcimento in caso di truffa, è stato disposto un rimborso forfettario all’80 per cento per i piccoli risparmiatori di categorie più deboli: per i titoli acquistati prima del 12 giugno 2014 da chi aveva un reddito sotto i 35mila euro all’anno o un patrimonio mobiliare sotto i centomila euro. Pochi giorni fa il Fondo di tutela interbancario ha fatto sapere che sono arrivate, al 30 dicembre 2016, 13.859 richieste di rimborso forfettario: come si vede, assai poche rispetto alla platea delle persone che, secondo la Federconsumatori, erano coinvolte (più di centomila). Il che fa pensare che il piccolo risparmio dei meno abbienti fosse una parte minoritaria della platea degli obbligazionisti coinvolti nel crac.

Tutto ciò porta a sollevare molti dubbi sulla opportunità di un risarcimento a pioggia, nel quale i contribuenti di fatto vanno a coprire i rischi presi da una piccola parte dei risparmiatori. La volontà politica di chiudere fa premio, in questo caso, su ragioni di equità tra i risparmiatori e nella scelta della destinazione delle risorse pubbliche. Non solo: se lo stato, neoproprietario del Montepaschi, risarcendo tutti, di fatto ammette che c’è stata vendita fraudolenta generalizzata, dovrebbe poi perseguire i responsabili di questa frode, e anche indagare sul perché le autorità di vigilanza l’hanno permessa. Per ora niente di tutto ciò sta succedendo.

Non solo. C’è il rischio che, chiuso con i soldi pubblici il caso dei bondisti di Mps, e sperando che non si presentino ulteriori casi simili – che in realtà già sono in vista – si eviti di mettere mano ai meccanismi perversi che hanno portato a questa situazione. Che hanno generato non solo comportamenti scorretti o pericolosi per un pubblico di risparmiatori, come quello italiano, ancora non “alfabetizzato” al rischio finanziario, ma anche un sistema nel quale le banche cercano – e vendono – rischi per alimentare se stesse, le proprie scalate o i propri buchi, e non per finanziare gli investimenti.

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