23 luglio 2020 16:45

Molti si sono chiesti se quello che stiamo vivendo in Europa è un “momento Hamilton”, dal nome dell’uomo che ha disegnato le basi del sistema fiscale federale statunitense. In senso stretto, non è così: non abbiamo introdotto in Europa né una mutualizzazione dei debiti nazionali né un sistema fiscale comune. Ciascuno stato continuerà a essere responsabile per il proprio debito e a decidere sulla propria politica di entrate e spese. Ma in un senso più largo il paragone storico con Hamilton è appropriato.

Con le conclusioni del Consiglio europeo del 17-21 luglio 2020 l’Unione si dota per la prima volta di uno strumento comune di gestione del debito: per affrontare lo shock senza precedenti della pandemia, l’Unione si indebita, per una parte, al posto dei suoi membri. Al bilancio “ordinario” dell’Unione europea – 1.070 miliardi in sette anni – si aggiungono così risorse per 750 miliardi in tre anni. Nel prossimo triennio, è stato calcolato, il bilancio dell’Ue quasi raddoppia. Questa innovazione, unita alle formidabili svolte che si sono succedute rapidamente dall’insorgenza della crisi del covid-19 (la sospensione del Patto di stabilità e crescita; l’aggiunta del programma Sure, per finanziare le spese per la disoccupazione; un nuovo Mes senza condizioni per le spese sanitarie; il potenziamento dei programmi d’acquisto dei titoli pubblici da parte della Bce), hanno riscritto la costituzione materiale su cui l’Unione europea si è fondata da Maastricht in poi.

Parallelamente, si introduce una nuova forma di condizionalità: vale a dire, l’erogazione di questi soldi – sia la parte “a fondo perduto”, 390 miliardi, sia quella in prestiti – sarà sorvegliata dal doppio livello della Commissione e del Consiglio europeo, che si esprimerà a maggioranza qualificata dei due terzi. Sulla base di cosa? La conformità dei piani nazionali agli obiettivi del programma, il rispetto degli impegni e anche il rispetto dello stato di diritto. I meccanismi introdotti nel difficile compromesso saranno messi alla prova volta per volta.

Per ora è chiaro che su queste “pagelle” non ci sarà potere di veto di un singolo stato, ma neanche gli automatismi-capestro del vecchio sistema, quelli affidati per esempio ai tempi della crisi greca alla trojka. Sarà necessario un accordo politico. Se la governance della nuova Unione è tutta da costruire, e nuovi passi indietro o pericoli sono sempre in agguato, le novità della svolta di luglio spostano le sfide su un terreno più avanzato, e costringono sia la politica europea sia quelle nazionali ad aggiornare i vecchi arnesi, compresi quelli della polemica – non a caso, i più in difficoltà in questa fase sono gli antieuropeisti, stretti tra la necessità di incassare i vantaggi dei fondi europei e la volontà di mantenere il proprio cavallo di battaglia identitario.

Le sfide europee
Il mondo di Maastricht era poco simpatico, ma facile. Le regole fissate al momento della nascita dell’euro, con i loro parametri numerici – il massimale del 3 per cento del rapporto tra deficit annuale e pil, e del 60 per cento del rapporto tra debito e pil – erano forse stupide (per dirla con Prodi), ma chiare. Solo che si sono rivelate inadatte a fronteggiare le prevedibili instabilità del ciclo economico, e l’imprevedibile shock della pandemia. Di fronte alla portata di quest’ultimo, quel piccolo mondo antico è in soffitta. Quando cominceranno ad arrivare i piani nazionali – e bisogna far presto a confezionarli – Commissione e Consiglio dovranno valutare le qualità, non solo le quantità.

Non solo. Per rimborsare il nuovo debito europeo, l’Unione avrà tempi lunghi (fino al 2058); ma presto dovrà decidere come dotarsi di entrate proprie, scegliendo se e come tassare le emissioni inquinanti, i profitti europei dei colossi digitali, la plastica. Da anni si parla di questi strumenti fiscali, che sono possibili ed efficaci solo a livello sovranazionale ma che finora si sono arenati sugli interessi nazionali. E questi ultimi peseranno molto nella scelta, con possibili ribaltamenti dei fronti tra “rigoristi” e “spendaccioni” (per esempio i Paesi Bassi, capofila dei frugali, frugali non sono nei benefici che elargiscono alle multinazionali che accolgono, come ha riassunto Thomas Piketty in un tweet):

In prospettiva, si tratterà anche di decidere se il nuovo strumento è – come scritto nero su bianco – temporaneo, introdotto solo per far fronte alla crisi da covid; o se resterà come parte dell’architettura della politica economica dell’Unione. Molto dipenderà dal suo successo o insuccesso; ma anche dalle opinioni pubbliche, e dalla dinamica delle future crisi economiche, ambientali o globali.

Ma la vera sfida della politica europea è nel superamento della vecchia logica contabile. Quella che contrappone gli stati “che danno” a quelli “che ricevono” benefici dalla partecipazione all’Unione. Un recente studio commissionato dal parlamento europeo dimostra che è sbagliato fare questo conto basandosi solo sul bilancio – nel quale, tra i contributori netti, cioè quelli che danno più di quanto ricevono in relazione al prodotto lordo, ci sono Danimarca, Germania, Austria, Svezia, Paesi Bassi, Italia, Francia, Finlandia, Lussemburgo e Belgio – e, finché era dentro, il Regno Unito. Guardando ai dati dell’integrazione economica, dei commerci, degli investimenti esteri, viene fuori che, se si guarda alla sola contabilità del bilancio, i benefici complessivi dei “contributori netti” sono superiori a quanto versano. Sarà stata questa anche consapevolezza – ancora più evidente nelle settimane del lockdown, con le fabbriche tedesche a corto di forniture dal nord Italia e tutta la catena del valore europea spezzettata – a indurre al rimescolamento di posizioni politiche che ha portato Angela Merkel a rappresentare il fronte che prima era sprezzantemente definito come il Club Mediterraneé (Italia, Francia, Spagna)?

La parte dell’Italia
Siamo stati il paese colpito prima e più duramente, siamo quelli che avranno di più: 200 miliardi dal recovery fund, più i trasferimenti “ordinari” del budget europeo. La prima discussione che è partita in Italia, mentre Giuseppe Conte era ancora sull’aereo che lo riportava indietro, è sulla questione del Mes: chi si oppone al suo utilizzo sostiene che le nuove linee di prestito, all’interno del recovery fund, sono più vantaggiose (essendo a interessi zero) e che il Mes ha comunque lo “stigma” legato alla sua origine – quando era stato introdotto per sostenere i paesi ritenuti poco affidabili sui mercati, e sottoposto a pesanti condizionalità.

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Chi invece vuole che l’Italia acceda al Mes sostiene che questo avrebbe il vantaggio di essere subito disponibile, senza aspettare la seconda metà del 2021, e che ha ormai come unica condizione quella di finanziare le spese per il sistema sanitario; mentre le linee di prestito aperte dal recovery fund potrebbero aprirsi con tempi molto lunghi, addirittura dopo che si è esaurita la fase degli aiuti a fondo perduto. Si tratta comunque di debito, ma a condizioni più vantaggiose di quelle che ha il governo italiano sui mercati. Se il Mes fosse spogliato dei significati simbolici e non più usato come una bandierina o un grimaldello per cercare nuovi equilibri politici, basterebbe valutare con serenità se l’Italia è in grado di affrontare l’emergenza sanitaria con i fondi attuali (improbabile), e se deve ricorrere a prestiti per rafforzare i presìdi sui territori e le terapie intensive, vaccinare, curare. E in questo secondo caso confrontare i tassi sui titoli italiani con le condizioni offerte dal Mes.

Ma sarebbe bene che la discussione politica chiudesse rapidamente questa pratica, visto che le sfide più importanti sono altre. Anche per noi si tratta di passare dalla quantità alla qualità della spesa finanziata dai nuovi sostegni europei. Che sono ingenti, ma non illimitati né incondizionati. E, secondo lo spirito del programma, sono da destinare soprattutto agli investimenti: non a finanziare spese correnti, né a ridurre le tasse. La spesa per investimenti pubblici in Italia è tra le più basse d’Europa; dal 2008, ha detto il governatore Visco, è calata del 4 per cento in media all’anno, perdendo un punto percentuale di pil. Scegliere dove investire significa avere un’idea del proprio futuro. Senza la quale questi fondi andranno – ammesso che non siano sparsi a pioggia – a soddisfare le pressioni di chi urla (e può urlare) più forte.

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