30 maggio 2014 18:09

Noi ciclisti siamo sempre stati considerati una categoria umana a sé: più o meno sana, scattante, meno inquinante e probabilmente con una minor dose di stress. Per questo, forse, non veniamo minimamente presi in considerazione dagli altri abitanti di Roma, città in cui la probabilità di trovare una pista ciclabile decente è una questione di fortuna, quasi come vincere al gratta e vinci.

Siamo esseri prepotenti e camaleontici: a metà tra veicolo e pedone. Diamo fastidio sia ai passanti sia agli automobilisti: gli unici da cui riceviamo un timido sorriso sono i motociclisti, ma forse solo perché rappresentiamo il loro sogno proibito, quello di poter salire sul marciapiede. E insieme chiediamo perdono ciascuno al proprio dio, balbettando e borbottando infinite scuse quando facciamo provare ai pedoni quelle emozioni che gli automobilisti suscitano in noi, popolo delle due ruote.

Non è colpa nostra! Siamo cresciuti e sopravvissuti in una sorta di guerra nella quale spesso ci sembra di stare dalla parte della ragione, soprattutto quando si tirano in ballo l’inquinamento ecologico e acustico delle grandi città. Ma per lo più avvertiamo gli sguardi infastiditi e impauriti del popolo del marciapiede.

Una “guerra tra i poveri”, l’aveva definita Maria Laura Rodotà poco meno di un anno fa in un dibattito

sul Corriere della Sera. E nonostante il tempo passato e un primo cittadino che gira in bici, i disagi quotidiani non sono cambiati.

Si tratta di una guerra portata avanti da chi non si vuole arrendere al traffico cittadino e ai lunghissimi e snervanti tempi di attesa per i mezzi pubblici, e ha la presunzione di voler credere che è possibile anche a Roma poter andare in ufficio pedalando su una pista ciclabile. Scenario oggi possibile solo per chi deve andare vicino al Lungotevere, uno dei pochi luoghi della capitale raggiunti dalle piste ciclabili.

Se di guerra si tratta - tra automobilisti, pedoni e ciclisti - i soldati su due ruote si dividono in due categorie: quelli che combattono in prima linea e credono di essere un’automobile e quelli che rimangono dietro le quinte, usando rigorosamente il marciapiede e beccandosi sguardi ostili pur di non rischiare di essere travolti su strada.

Una guerra nasce sempre per la difesa del territorio. Ma in molte città europee (e non solo) le polemiche si levano sia dai pedoni che difendono il loro territorio (il marciapiede) sia dai ciclisti che protestano per le piste invase dai pedoni e delle auto. A Roma, invece, i confini tra piste ciclabili, marciapiedi e strade sono un concetto del tutto astratto.

Eppure basterebbe avere un territorio dedicato, una sorta di ztl bike only da difendere con il sorriso e il campanello.