13 dicembre 2020 10:08

Grazie agli sforzi di 150 ricercatori provenienti da tutti i continenti il World inequality database (una banca dati mondiale sulle disuguaglianze) ha da poco pubblicato su internet un aggiornamento sulla distribuzione del reddito in diversi paesi. Cosa ci dice?

La principale novità è che i dati riguardano quasi tutto il mondo. Grazie alle ricerche svolte in America Latina, in Africa e in Asia, i paesi analizzati sono 173 e rappresentano il 97 per cento della popolazione globale. Sapevamo già che negli ultimi anni l’aumento delle disparità era causato dalla crescita dei patrimoni dell’1 per cento più ricco del pianeta. Ora il World inequality database ci propone un paragone sistematico della situazione in cui si trovano le classi popolari nelle diverse parti del mondo. Si capisce così che la porzione di reddito del 50 per cento più povero varia molto a seconda dei paesi, oscillando tra il 5 per cento e il 25 per cento del totale. Detto in altri termini, a parità di reddito nazionale, le condizioni di vita del cinquanta per cento più povero della popolazione può variare di un fattore che va da uno a cinque. Questo dimostra quanto sia urgente superare concetti come il prodotto interno lordo e gli aggregati macroeconomici e sia meglio concentrarsi concretamente sullo studio dei gruppi sociali.

Dai dati emerge anche che le disuguaglianze sono grandi in tutti i paesi. Il 10 per cento più ricco di ogni stato si aggiudica fra il 30 e il 70 per cento del reddito totale. Il divario risulta ancora più forte se si osserva la distribuzione del patrimonio (quello che si possiede) invece del reddito (quello che si guadagna nel corso di un anno): il 50 per cento più povero della popolazione non possiede praticamente nulla (generalmente meno del 5 per cento del totale), anche nei paesi più ugualitari (come la Svezia). I dati disponibili sono ancora insufficienti e saranno aggiornati nel 2021.

Tra colonialismo e capitalismo
Per quanto riguarda la distribuzione dei redditi, ci sono forti variazioni tra i paesi. Questo mostra che le politiche messe in campo possono fare la differenza. Tra i paesi dell’America Latina, Brasile, Messico e Cile sono storicamente più disuguali di Argentina, Ecuador e Uruguay (dove da decenni si fanno politiche sociali ambiziose), e lo scarto è cresciuto nel corso degli ultimi vent’anni. In Africa le disuguaglianze più estreme si trovano nel sud del continente dove, dalla fine dell’apartheid, non c’è stata nessuna ridistribuzione di terreni e ricchezze.

In generale, la mappa delle disuguaglianze riflette al tempo stesso gli effetti delle antiche discriminazioni razziali e coloniali e l’impatto del capitalismo contemporaneo. In molti dei paesi più disuguali del pianeta, come Cile o Libano, i movimenti popolari degli ultimi anni portano con sé la speranza di profonde trasformazioni. Il Medio Oriente sembra essere la regione del pianeta con più disuguaglianze, e le cause sono due: un sistema di frontiere che concentra le risorse nei territori governati da monarchie fondate sul petrolio e un sistema bancario internazionale che permette di trasformare la rendita petrolifera in rendita finanziaria. In mancanza di un nuovo modello di sviluppo regionale più equilibrato, le ideologie totalitarie e reazionarie continueranno a dominare la scena. In India, dove il divario tra ricchi e poveri ha raggiunto livelli mai visti dai tempi delle colonie, i nazionalisti indù credono di poter placare le frustrazioni socioeconomiche alimentando le tensioni identitarie e religiose, e quello che ottengono è l’inasprimento delle discriminazioni contro la minoranza musulmana, minacciata dalla povertà.

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A partire dagli anni novanta le disuguaglianze sono cresciute anche in Europa orientale. Dopo la caduta del comunismo la Russia è diventata la capitale mondiale degli oligarchi, dei paradisi fiscali e dell’opacità finanziaria. Ma quasi trent’anni dopo l’Europa orientale sembra avvicinarsi gradualmente al livello di disuguaglianza osservabile in Russia. La stagnazione dei salari e le dimensioni dei flussi di profitto in uscita da questi paesi alimentano una frustrazione che la parte occidentale del continente fatica a capire.

A livello mondiale si osserva che la porzione di reddito mondiale del 50 per cento più povero degli abitanti del pianeta è cresciuta, passando dal 5 per cento nel 1980 a circa il nove per cento nel 2020, grazie alla crescita dei paesi emergenti. Bisogna però ridimensionare questa crescita, visto che la quota di reddito del 10 per cento più ricco del pianeta è rimasta stabile (intorno al 53 per cento), e che quella dell’1 per cento più ricco è passata dal 17 al 20. I perdenti sono le classi medie e popolari del nord del mondo, e questo alimenta il rifiuto della globalizzazione.

Per riassumere: il pianeta è attraversato da fratture di ingiustizia, che la pandemia aggraverà. Solo con un impegno più serio per aumentare la trasparenza democratica e finanziaria si potranno trovare soluzioni accettabili per il maggior numero possibile di persone.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito sul numero 1387 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati