02 ottobre 2021 09:36

Vent’anni fa le torri del World trade center venivano abbattute da due aerei. Il peggior attentato della storia avrebbe portato gli Stati Uniti e i loro alleati a lanciarsi in una guerra mondiale contro il terrorismo e “l’asse del male”. Per i neoconservatori statunitensi l’attentato era una prova delle tesi proposte dal politologo Samuel Huntington nel 1996: lo “scontro di civiltà” era il nuovo prisma per leggere il mondo. Sfortunatamente oggi sappiamo che il desiderio di vendetta di Washington e la brutalizzazione d’intere regioni che ne è seguita non hanno fatto altro che inasprire i conflitti identitari. L’invasione dell’Iraq nel 2003, fatta a colpi di bugie sulle armi di distruzione di massa, ha indebolito la credibilità delle democrazie occidentali. Grazie alle immagini dei soldati statunitensi che tenevano al guinzaglio i detenuti della prigione di Abu Ghraib, non c’è stato bisogno di agenti che reclutassero i jihadisti. L’arroganza dell’esercito statunitense e le enormi perdite civili all’interno della popolazione irachena (almeno centomila morti confermati) hanno fatto il resto, contribuendo alla frammentazione del territorio siriano e iracheno e all’ascesa del gruppo Stato islamico. Il fallimento in Afghanistan, con il ritorno al potere dei taliban dopo vent’anni di occupazione occidentale, ha concluso simbolicamente questa triste sequenza.

Per uscire davvero dall’11 settembre serve una nuova lettura del mondo: è il momento di abbandonare il concetto di “scontro di civiltà” e di sostituirlo con quelli di sviluppo comune e giustizia globale. Questo richiede obiettivi di prosperità condivisa e la definizione di un nuovo modello economico, sostenibile ed equo. Siamo tutti d’accordo ormai: l’occupazione militare di un paese rafforza i segmenti più radicali e reazionari della società e non porta niente di buono. Il rischio è che la visione militare e autoritaria sia sostituita da una chiusura isolazionista e dall’illusione che la libera circolazione di beni e capitali basti a diffondere ricchezza. Vorrebbe dire dimenticare il carattere gerarchico del sistema economico mondiale e il fatto che non tutti i paesi lottano ad armi pari.

Da questo punto di vista, nel 2021 si è persa una prima occasione: le discussioni su come riformare la tassazione delle multinazionali si sono ridotte, in sostanza, a una spartizione delle entrate fiscali tra i paesi ricchi. È invece urgente che tutti , dal nord al sud del mondo, ricevano una parte delle entrate provenienti dai ricchi del pianeta (multinazionali e miliardari) in proporzione alla loro popolazione. Innanzitutto perché ogni essere umano dovrebbe avere diritto allo sviluppo, alla salute e all’istruzione, e poi perché la prosperità dei paesi ricchi non esisterebbe senza quelli poveri. La crescita dell’occidente ieri o quella della Cina oggi si fonda da sempre sulla divisione internazionale del lavoro e sullo sfruttamento delle risorse umane e naturali del mondo. Quando dei profughi compaiono dalla parte opposta del pianeta, gli occidentali dicono che tocca ai paesi vicini occuparsene. Al contrario, quando c’è dell’uranio o del rame da sfruttare, sono i primi a farsi avanti, qualunque sia la distanza.

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Se si accetta il principio della spartizione delle entrate fiscali tra tutti i paesi, bisogna parlare delle regole da rispettare. Sarebbe l’occasione di dettare condizioni precise in materia di diritti umani, in particolare delle donne e delle minoranze, da applicarsi ai taliban come ai paesi che vogliono beneficiare di questo gettito. Per evitare che i soldi siano usati male, bisognerebbe anche coinvolgere tutti nella caccia alle grandi ricchezze ottenute in maniera opaca e fare chiarezza sull’accumulazione eccessiva di denaro, che si tratti del settore pubblico come di quello privato. Il punto fondamentale è che i criteri devono essere definiti in maniera neutra e applicati ovunque allo stesso modo, in Afghanistan come in Arabia Saudita, a Parigi come a Londra. I paesi occidentali devono smetterla di usare l’argomento della corruzione per negare al sud del mondo ogni diritto a svilupparsi, mentre al tempo stesso scendono a patti con oligarchi e despoti che servono i loro interessi. L’epoca del libero scambio illimitato è finita: il commercio deve dipendere da indicatori sociali e ambientali.

È comprensibile che il presidente statunitense Joe Biden voglia superare lo scontro di civiltà. Per gli Stati Uniti la minaccia non è più islamista: è cinese e soprattutto interna, a causa delle fratture sociali e razziali. Ma il fatto è che la sfida cinese, come del resto la sfida sociale interna, troverà una soluzione solo con la trasformazione del modello economico. Se non viene proposto niente in tal senso, allora i paesi poveri e le regioni periferiche degli Stati Uniti si rivolgeranno sempre più spesso a Pechino e a Mosca per finanziare il loro sviluppo e mantenere l’ordine. L’uscita dall’11 settembre non deve concludersi con un nuovo isolazionismo, ma con un nuovo vento d’internazionalismo e di universalismo.

(Traduzione di Federico Ferrone)