Perché non ho ancora mollato Twitter

30 settembre 2015 18:05

Continuo a sentire gente che dice che Twitter è morto o moribondo. Lo scrivono nei tweet, per la verità, ma io so cosa intendono e in parte sono anche d’accordo, anche se mi rattrista molto.

Mi è sempre piaciuto Twitter fin da quando ho creato il mio account nel 2009. Raccontando il periodo in cui la mia carriera era a un punto morto, ho scritto nella mia autobiografia: “Se avessi una macchina del tempo e potessi tornare indietro a quel preciso momento, in cui insicurezza e angoscia cominciavano a prendere piede e sembrava che le pareti si richiudessero intorno a noi, saprei esattamente cosa fare. Inventerei Twitter”.

Quello che intendevo dire era che Twitter, con la sua capacità di aggregazione, condivisione e supporto – per non parlare del suo lato più frivolo e spassoso – sarebbe stato un ottimo antidoto alla solitudine e all’incertezza.

Nei due anni passati da quando ho scritto queste cose la situazione è molto cambiata. Tante persone si sono allontanate, per noia o per insofferenza, e molti di quelli che sono rimasti oggi ammettono di censurarsi per evitare i troll. Il libro di Jon Ronson, So you’ve been publicly shamed, uscito a marzo di quest’anno, descrive il destino di alcuni utenti che sono stati fatti a pezzi su Twitter. Mi ha letteralmente terrorizzato.

Non sono più così disinvoltamente critica come un tempo, e non partecipo più a discussioni inutili

La mia ingenua illusione iniziale che su Twitter potessimo tutti comportarci come in una chat privata tra amici è stata infranta dal mio tragico tweet su X-Factor. Il sabato sera avevo preso l’abitudine di partecipare al dibattito sul programma, che di solito consisteva in una rapida sequenza di commenti sarcastici o entusiasti. Era una gara a chi era più veloce a postare il confronto musicale, la battuta, la frecciatina.

Una sera – ero sul divano in pigiama, come al solito, con un bicchiere di vino in mano e la sensazione di essere invisibile, ma al tempo stesso in compagnia di un gruppo ristretto di spiriti affini – ho fatto uno stupido commento su Nicole Schwerzinger, una delle giudici, e il suo strano modo di mettere una “sh” davanti a tutti gli aggettivi. Il mio tweet si è diffuso nell’etere, come immaginavo che accadesse a tutti gli altri. Qualche risposta, un retweet qui e là.

E poi è arrivato il momento fatale, quando il conduttore di X-Factor Dermot O’Leary ha annunciato: “Vediamo cosa dicono del programma su Twitter”, ed eccolo lì il mio tweet, in bella mostra. Per qualche secondo ha riempito lo schermo della tv. Dermot l’ha letto ad alta voce, aggiungendo: “Chissà se è quella Tracey Thorn”. Stacco su di me, impietrita dall’orrore e con il bicchiere a mezz’aria. Mi sono sentita esposta, osservata, come se la televisione avesse puntato il suo obiettivo su di me e seguisse ogni mio movimento.

Fine di un’atmosfera libera e scherzosa

Non so perché ci sia voluto quell’evento per farmi capire che tutto quello che scrivevo era totalmente pubblico, ma è stato come uno schiaffo in faccia che ha cambiato il mio modo di twittare. Forse in meglio. Non sono più così disinvoltamente critica come un tempo, e non partecipo più a discussioni inutili, che rischiano di finire sul giornale del giorno dopo, con la mia sparata a caratteri cubitali, quando ormai è tardi per pentirsene.

Ma non si può negare che i litigi, le pressioni dei troll e le citazioni fuori contesto abbiano cambiato il tono di Twitter. Oggi che possiamo editare i nostri tweet non c’è più quell’atmosfera da pub libera e scherzosa di una volta. Le battute e le opinioni si sono rivelate rischiose e molti le evitano, lasciando campo libero a tutti quelli a cui piace essere precisi, seri e virtuosi. Subito dopo l’elezione di Jeremy Corbyn alla guida del Partito laburista britannico, per esempio, c’è stata un’ondata ininterrotta di commenti esaltati alternati a insulti. Una cosa ripetitiva, ottusa ed estremamente stancante.

Eppure, nonostante tutto, c’è tanta gente su Twitter che riesce ancora a convincermi a restare. È un posto straordinario per le notizie, la musica e i consigli sui libri, la televisione e le chiacchiere sul tempo, la comprensione e l’empatia (come dimostra la straordinaria raccolta di fondi di Patrick Ness per l’appello di Save the children per la crisi dei profughi) e, soprattutto, per l’umorismo. Pochi giorni fa lo sceneggiatore e autore comico Ian Martin ha commentato le polemiche per la scarsa presenza femminile nel governo-ombra di Corbyn twittando: “Non è un gabinetto per donne, eh?”, facendomi scoppiare a ridere. Ed è anche per questo che amo ancora Twitter.

(Traduzione di Diana Corsini)

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