La spia che venne dal freddo, 1965.

La spia che venne dal pop

La spia che venne dal freddo, 1965.
16 dicembre 2018 07:51

Gli ultimi tre libri che ho letto avevano la parola spia nel titolo. Il primo è The spy and the traitor (La spia e il traditore) di Ben Macintyre, l’appassionante resoconto della vita di Oleg Gordievsky, l’ufficiale del Kgb che ha segretamente lavorato per l’Mi6, i servizi segreti britannici. È un libro adrenalinico, non ultimo anche a causa della rivelazione del fatto che negli anni ottanta – gli stessi in cui ero presa dalla mia vita di studente e dall’obiettivo di formare una mia band – il mondo sia arrivato a un soffio dalla guerra nucleare.

La minaccia era sempre presente in sottofondo e noi marciavamo, indossavamo spille e pensavamo di sapere, ma non ricordo di essere stata preda del terrore come avrei avuto motivo di essere.

Le informazioni rivelate da Gordievsky hanno dimostrato che il governo sovietico pensava realmente che gli Stati Uniti fossero sul punto di sferrare un attacco preventivo e che attaccarli per primi fosse l’unico modo di salvarsi. Senza che noi tutti ne sapessimo alcunché, il mondo era sull’orlo dell’abisso – ma le sue informazioni, trasmesse alla Thatcher e a Reagan, fecero sì che questi cambiassero i toni dei loro discorsi e che le acque si calmassero.

È facile arrivare a pensare che viviamo delle esistenze sempre più artificiali

Eppure, proprio in quel periodo, per Gordievsky il tempo era agli sgoccioli: la sua copertura era saltata e gli rimaneva una sola opzione, tentare di andarsene. Così fu messa in piedi la più ardita delle operazioni di estrazione che i servizi britannici avessero mai concepito, l’operazione Pimlico, con lo scopo di far fuggire una spia dall’interno dell’Unione Sovietica.

E proprio in quel preciso istante – a un anno dalla fine dell’università e nel bel mezzo del nostro primo vero tour – ci fu offerto, a Ben e me, di andare a suonare a Mosca per partecipare a un festival giovanile internazionale. Ed ecco come gli Everything but the Girl diventano personaggi di questa spy story. Proprio mentre è sul punto di fuggire passando per una stazione di Mosca, l’agente del Kgb viene per un attimo travolto dalla folla diretta a un concerto pop. Così ho quasi provocato la fine del mondo, praticamente.

Non avrei mai pensato di potermi ritrovare nell’indice del miglior romanzo di spionaggio che sia mai stato scritto sulla guerra fredda. Eppure, eccoci qua. Il libro mi è piaciuto davvero molto, e addirittura mi chiedo se sono diventata un’appassionata di spy fiction. Ho chiesto su Twitter da dove cominciare. Magari da John Le Carré? Il risultato è stato sbalorditivo: salta fuori che praticamente tutti amano i romanzi di spionaggio e hanno anche idee molto decise al riguardo.

Moderni e complessi
Ho cominciato da La spia che venne dal freddo, che è magnifico (lo so, lo avete già letto). Una scrittura chiara, senza fronzoli per una narrazione snella dettata dal susseguirsi degli eventi eppure arricchita da una nota di malinconia, un colpevole desiderio che il mondo resti come è.

Il carattere di Leamas è assolutamente moderno nel suo essere cinico, rifiutare di vedere onore e nobiltà in entrambe le fazioni, la sua freddezza in amore.
E lo stile di scrittura è bellissimo: “L’aeroporto gli ricordò la guerra: macchinari, mezzo nascosti dalla nebbia, nell’attesa paziente di coloro che li facevano andare; voci risonanti e i loro echi, un grido improvviso e l’assurdo ticchettio dei tacchi di una ragazza su un pavimento di pietra, il rombo di un motore che poteva esserti vicinissimo. Dappertutto quell’aria di complotto che nasce tra coloro che sono in piedi dall’alba”.

Ho proseguito passando a La spia perfetta, che invece è basato su un complesso studio psicologico del personaggio – cos’è che fa di te una spia? Magnus Pym, la perfetta spia del titolo, recita continuamente una parte – “Fece del suo meglio per darti ciò che riteneva tu stessi cercando” – ma alla fine la parte ha preso il sopravvento e lui non sa più chi sia in realtà. “È come una conchiglia vuota” – qualcuno dice di lui. “Non bisogna far altro che trovare il paguro che ci s’è infilato dentro”.

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C’è qualcosa in questa frase che ora mi suona familiare e che spiega perché questi libri siano ancora così famosi. Tutti noi sentiamo la mancanza di autenticità. È facile arrivare a pensare che viviamo esistenze sempre più artificiali e che, soprattutto online, ci creiamo personaggi diversi da noi. Non sono solo le spie e le celebrità a indossare un travestimento.

Le storie di spionaggio, così come molti altri generi, ruotano intorno proprio a dei segreti: il piacere sta nello scoprire ciò che era nascosto, sia rispetto alla trama sia rispetto a quelle parti di noi che ignoravamo. Se da un lato si ha il piacere di risolvere un enigma, altrettanto grande è la soddisfazione che nasce dall’esplorare misteri e dilemmi per i quali non c’è soluzione: sono una persona buona o no? Qual è la cosa giusta da fare? Chi sono io?

(Traduzione di Maria Chiara Benini)

Questo articolo è uscito sul settimanale britannico New Statesman.

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