La ridicola appropriazione indebita di Gramsci, don Milani e Montessori

09 marzo 2015 17:18
Maria Montessori a Smithfield, Londra, nel 1951.

Il 28 febbraio il segretario della Lega nord ha tenuto a Roma un comizio a piazza del Popolo. I cronisti hanno registrato due diverse citazioni del nome di don Lorenzo Milani e delle sue parole famose “l’obbedienza non è più una virtù”. Salvini le ha citate a giustificazione delle violazioni di leggi.

Lo stesso 28 febbraio il quotidiano l’Avvenire ha pubblicato una lettera aperta: quarantaquattro parlamentari dei gruppi di maggioranza, in parte del Partito democratico, la hanno indirizzata all’attuale presidente del consiglio, Matteo Renzi, per chiedere ulteriori interventi finanziari dello stato a favore delle scuole pubbliche paritarie, gestite da privati, di fatto, in generale, dalla chiesa cattolica.

Attualmente, essi dicono, un alunno delle paritarie costa allo stato 450 euro l’anno, un alunno delle statali costa, secondo il ministero dell’istruzione, seimila euro. Chiedono i quarantaquattro: Matteo Renzi, autore del “più importante tentativo di riforma dall’epoca della riforma gentiliana”, trovi il modo di includere in questa un più robusto finanziamento che colmi la differenza.

La forma potrebbe essere quella di un assegno di cinquemila e passa euro alle famiglie che mandano un figlio in una scuola paritaria. Nella perorazione finale, a sostenere le loro idee sulle scuole non statali citano tre autorità: Antonio Gramsci, Maria Montessori e, di nuovo anche loro, don Lorenzo Milani.

Tra i due fatti ci sono certamente differenze, a cominciare dalla diversa qualità dei protagonisti. C’è però qualche singolare coincidenza, a parte la concomitanza cronologica.

In entrambi i casi viene usato il nome di don Milani, si evoca la sua memoria. In entrambi i casi l’evocazione di don Milani e degli altri autori si configura come un’appropriazione indebita realizzata con un procedimento identificato e condannato dalla morale cattolica e dal common law, il diritto consuetudinario anglosassone.

La reazione di Famiglia cristiana

L’obbedienza non è più una virtù: il 2 marzo nel suo blog ospitato su Repubblica don Virginio Colmegna osserva amaramente: “Era il febbraio del 1965 quando don Lorenzo Milani scrisse quella Lettera ai cappellani militari toscani divenuta poi un testo storico con il titolo L’obbedienza non è più una virtù. A cinquant’anni esatti di distanza, sentire le parole del sacerdote di I care citate da Matteo Salvini è stato un pessimo modo per celebrare questa ricorrenza”.

Famiglia cristiana ha reagito contro questo pessimo modo prontamente e ripetutamente il 28 febbraio e il 4 marzo, quando ha pubblicato una lettera di Michele Gesualdi, con suo fratello Franco tra gli allievi più fedeli di don Milani.

I valori della Lega nella versione salviniana vanno dalla persecuzione ai rom alla cacciata degli immigrati e alla riapertura delle case chiuse per prostitute e affezionati clienti e non hanno niente in comune con gli ideali difesi da don Milani.

Ad ascoltare Salvini in piazza c’erano neofascisti e fascistoidi di vari raggruppamenti, alcuni gridavano “du-ce, du-ce” nei passaggi per loro più convincenti, su un grande cartellone c’era una fotografia del Mussolini, il Testa di Morto, come lo chiamava Carlo Emilio Gadda, con la scritta “Salvini, ti aspettavo”. Niente in comune con don Milani che in uno dei testi raccolti nel volumetto L’obbedienza non è più una virtù, nella Lettera ai cappellani militari scriveva:

Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora vi dirò che nel vostro senso io non ho patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri.

Se riusciamo a tenere a freno emozione e sdegno, vale la pena osservare quale è il modo seguito da Salvini per appropriarsi delle parole di don Lorenzo e piegarle a un senso repugnante col senso originario.

Salvini sopprime il contesto e dopo ciò le parole possono volteggiare liberamente nelle direzioni più disparate. Così sono fatte le nostre parole. Strappate dal contesto originario possono assumere i sensi più diversi, perfino opposti. Nel caso di Salvini la soppressione del contesto originario non è stata probabilmente maliziosa, Salvini non ha mai letto gli scritti di don Milani e lo ha scambiato per un qualunque anarcoide, evasore dalla legalità, come lui predica ai suoi di essere.

Resterebbe sorpreso se sapesse che, come per il Socrate del Critone, come per Gandhi o per Nelson Mandela, l’obbedienza alla legge di uno stato democratico (attenzione all’aggettivo) è un tassello fondamentale nella visione che da loro ci viene proposta: alla legge finché c’è si obbedisce e, se appare ingiusta, si lotta perché venga cambiata anche ricorrendo alla sua consapevole violazione pronti a pagarne le conseguenze come personale testimonianza esemplare che inquieti le coscienze e porti al cambiamento della legge ingiusta.

Per questo don Milani, denunziato per la Lettera ai cappellani, non esitò a sottoporsi al processo e avrebbe accettato la condanna che sopravvenne quando ormai era morto. A Salvini varrebbe la pena di ricordare che l’esempio di don Milani e dei giovani obiettori di coscienza, moltiplicatisi in quegli anni e incarcerati, fu decisivo perché il parlamento approvasse nel 1972 una prima legge che ammetteva il diritto all’obiezione di coscienza come diritto costituzionale di ogni cittadino.

L’incompetenza dei parlamentari

Salvini ignora tutto questo. Commette un atto che può configurarsi come una mascalzonata, ma non è un mascalzone, è persona non informata dei fatti, è diciamo così un onesto ignorante. Ma il procedimento che comunque segue è interessante, è quello che nella tradizione della morale e del common law si chiama suppressio veri et suggestio falsi. Qui, in questa suppressio e suggestio si cela il legame con la lettera dei quarantaquattro.

Riportiamo la perorazione finale della lettera aperta a Matteo Renzi:

Caro presidente, Antonio Gramsci sosteneva che ‘noi socialisti dobbiamo essere propugnatori della scuola libera, della scuola lasciata all’iniziativa privata e ai comuni. La libertà della scuola è indipendente dal controllo dello stato’. Del resto, se fosse pubblico solo ciò che è statale, l’Italia non potrebbe vantare due giganti della pedagogia moderna come Maria Montessori e don Lorenzo Milani.

Difficile attribuire a tutti i quarantaquattro il grado di ignoranza di Salvini. Le Iene prima, poi alcune interviste volanti di SkyTg24 nei giorni dell’elezione del presidente della repubblica hanno fatto scoprire un elevato grado di incompetenza di molti nostri parlamentari e di qualche ministro in carica. Ma almeno di alcuni dei quarantaquattro si può affermare che non avrebbero esitato a rispondere nel complesso correttamente alla richiesta di Sky di indicare, almeno in parte e anche non in serie storica, i nomi dei presidenti della repubblica dagli anni cinquanta in poi. C’è il fondato sospetto che almeno alcuni dei quarantaquattro conoscano i contesti storici da cui prelevano e arruolano nelle schiere dei fautori della loro tesi Gramsci e i “due giganti”. Andiamo in ordine cronologico.

Maria Montessori apre la sua prima Casa dei bambini nel quartiere operaio di San Lorenzo a Roma nel 1907. Bene, solo nel 1923 si ebbe un primo riconoscimento pubblico dell’arcipelago di enti assistenzialistici che si occupavano di bambini in età preelementare e solo nel 1968 una legge ha regolato le scuole allora dette materne, poi, dal 1991, scuole dell’infanzia.

Montessori aveva due scelte: non occuparsi anche educativamente dei bambini in condizione di disagio, come aveva cominciato a fare da anni come psichiatra e come assistente alla Sapienza di Roma (ohibò, in un ente del malvagio stato), oppure occuparsene con una sua iniziativa forzatamente privata, anche se poi a varie riprese a tratti, quando non era osteggiata, appoggiata da vari governi. Compreso, ma solo per un certo tempo, quello fascista.

Lodarla come gigante della pedagogia delle scuole non statali è come lodare Giulio Cesare perché non usava polvere da sparo o Garibaldi perché non usava l’aereo per andare a Caprera. Suppressio veri et suggestio falsi e, per più d’un firmatario, senza possibilità di invocare l’ignoranza delle cose. Un peccato consapevole.

Nel caso di Gramsci l’arbitrio della decontestualizzazione è ancora più evidente. La frase pro private si trova in un breve articolo del Grido del Popolo del settembre 1918. L’articolo non è firmato, ma è attribuibile a Gramsci. Ecco l’intero testo, stampato nelle raccolte di scritti giornalistici giovanili di Gramsci e opportunamente ripubblicato in questi giorni dall’associazione torinese A ovest di Treviri per sbugiardare i quarantaquattro.

DOBBIAMO LOTTARE PER UN’ISTRUZIONE LIBERA Il compagno Ezio Bartalini ha presentato al comune di Piombino questa sua relazione sull’opera svolta in un anno come direttore della scuola tecnica pareggiata F. Piccolini. Il compagno Bartalini ha non solo meritato la fiducia che i compagni amministratori di Piombino avevano riposto nella sua intelligenza e nella sua attività, ma ha anche reso un utile servizio al movimento socialista offrendogli i risultati concreti del suo esperimento. Una conclusione attuale si può trarre da questi ultimi risultati.

Ferve nei giornali e nelle riviste cattoliche la discussione sulla scuola libera. I cattolici propugnano l’abolizione del monopolio di Stato sulla scuola, perché sperano che il monopolio passi nelle loro mani. Noi crediamo che i cattolici sbaglino nel fare i conti: è vero che i preti, in quanto godono di uno stipendio e hanno tutta la giornata libera, si troverebbero in condizione di partenza privilegiata nel gioco della concorrenza. Ma appunto il pericolo di un assorbimento dell’attività scolastica da parte dei cattolici metterebbe automaticamente in discussione il problema del fondo culti e porterebbe all’abolizione di questo istituto feudale.

Noi socialisti dobbiamo essere propugnatori della scuola libera, della scuola lasciata all’iniziativa privata e ai Comuni. La libertà nella scuola è possibile solo se la scuola è indipendente dal controllo dello Stato. Il compagno Bartalini non ha trovato difficoltà nel suo esperimento perché direttore di una scuola pareggiata; non è però escluso che in avvenire il Provveditore intervenga e rovini tutto il lavoro fatto. Noi dobbiamo farci propugnatori della scuola libera, e conquistarci la libertà di creare la nostra scuola. I cattolici faranno altrettanto dove sono in maggioranza; chi avrà più filo tesserà la tela.

Il contesto storico del settembre 1918 è quello d’una generale aspra contesa dei socialisti non interventisti con il governo e lo stato. E il pensiero del giovane Gramsci si svilupperà poi attraverso esperienze e riflessioni in tutt’altre direzioni. È probabile che i quarantaquattro ne sappiano poco e assumano questa lettera come rappresentativa del pensiero di Gramsci. Ma, se è così, con la loro citazione i quarantaquattro sottoscrivono questa lettera? Li vedremo propugnare l’abolizione delle attuali retribuzioni mensili a preti, vescovi e cardinali e prosciugare i meandri complicati attraverso cui scorrono danari dello stato verso la chiesa?

Un dire romanesco

E infine don Milani. Può darsi che, obbedendo al Sant’Uffizio, i quarantaquattro non abbiano mai preso in mano la prima opera di don Milani, Esperienze pastorali. Il libro li aiuterebbe a capire qualcosa di don Milani. Un gigante sì, ma anzitutto un gigante della predicazione del Vangelo nelle periferie urbane, tra ragazzi distratti dalla nascente ondata consumistica (don Milani l’avverte precocemente nel suo profilarsi come solo Pasolini fa contemporaneamente), felici della loro condizione di semianalfabeti che condividono con gran parte della popolazione adulta.

Don Milani muove dalla realtà di Calenzano, ma i dati statistici che puntigliosamente raccoglie e analizza lo portano ad ampliare il discorso all’intera Italia. La parola del Vangelo non può raggiungere una popolazione povera di istruzione, di cultura, di lingua. Farla giungere significa fare scuola, fare scuola nella parrocchia, fare scuola come privato. E comincia. Prima che il Sant’Uffizio non gradisca il libro, è monsignor vescovo che non gradisce questo prete che vuol fare scuola. E dal suburbio fiorentino lo spedisce nel Mugello, a Barbiana. E là don Milani di nuovo vede nel fare scuola la sola alternativa alla miseria. Di nuovo una scuola forzatamente privata.

Siamo prima del 1962, quando con la scuola media unificata comincia il lento cammino per cambiare almeno la scuola di base italiana. Già allora molte scuole elementari sono un passo avanti, come le scuole di Mario Lodi e di altri maestri del Movimento di cooperazione educativa, ma la scuola postelementare è ancora, e lo è restata a lungo, la scuola che soltanto sa bocciare e non sa, non riesce a capire che può, che deve insegnare. Insegnare a tutti, a cominciare dagli “svogliati”.

Forse i nostri quarantaquattro pensano che don Milani avrebbe dovuto chiedere al signor provveditore di fare istanza al ministero dell’istruzione per istituire a Barbiana una scuola media statale. L’impaziente prete non ci pensa nemmeno e comincia da subito a fare scuola. Da privato, ben ovviamente. Ma il suo giudizio sulle scuole cattoliche era, se possibile, ancora più aspro di quello che poi Lettera a una professoressa ha riservato alla scuola statale del tempo.

Ancora una volta si profila il peccato e reato di suppressio veri et suggestio falsi… E, per molti dei quarantaquattro, con l’aggravante di una consapevole, ma anche ingenua, malizia. Le cose da loro distorte e falsificate furono serie e drammatiche. Ma i modi di questi distortori e falsificatori sono ridicoli. Forse non meritano nemmeno sdegno, ma piuttosto un modo di dire romanesco: aridatece er contesto.

Correzione 10 marzo 2015
Nella versione precedente di questo articolo avevamo scritto don Vittorio Colmegna invece di don Virginio Colmegna.

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