Una famiglia rom a Negreni, Romania, 2014. (Áron ​Süveg, Anzenberger/Contrasto)
Rom

A proposito di ubriaconi e di vergogna

Una famiglia rom a Negreni, Romania, 2014. (Áron ​Süveg, Anzenberger/Contrasto)
25 luglio 2019 15:00

È arrivata la stagione dei ricevimenti. Oggi abbiamo ospiti: Gigilică Bouroşu e zio Ghică sono venuti a trovarci. Si sono svegliati addirittura prima che i galli cantassero: siamo nel bel mezzo dell’estate e, devoti all’alcol come sono, avevano paura che l’acquavite si potesse guastare. Ho la netta convinzione che gli ubriaconi abbiano una specie di sesto senso: zio Gogu e zio Vasile, il marito di zia Mărioara, la cugina di mio padre, sono arrivati non appena è stata stappata la damigiana.

Ognuno è venuto provvisto del proprio ţoi personale, l’ampollina tradizionale con cui si beve la ţuica. Non sono mica dei dilettanti! Può sempre capitare di uscire di casa senza mutande, senza soldi o senza essersi lavati, ma senza ţoi mai e poi mai! Nel microcosmo di Craiova dove costoro si aggirano, in ogni momento può succedere d’imbattersi in una confraternita di avvinazzati e bisogna per forza essere all’altezza.

Esco di casa, felice di andare al lavoro. Pianifico di trasferirmi in ufficio finché l’acquavite non sarà finita. Parliamo di una cinquantina di litri, ma con dei fuoriclasse come i miei parenti confido che in massimo cinque giorni non sarà rimasto neanche un goccio.

All’altezza dell’incarico
All’ora di pranzo mi accorgo di aver dimenticato a casa un fascicolo, così torno di corsa con la lussuosa auto dell’ufficio, perfettamente all’altezza del mio incarico di manager di un’azienda privata.

Marian, il figlio di zia Miţa, si materializza all’improvviso appena due minuti dopo di me, confermando così la mia teoria sull’esistenza di un sistema telepatico tra gli ubriaconi della famiglia. È l’ora di pranzo e la comitiva ha già bevuto un paio di litri di acquavite, ma Marian è un tipo competitivo e recupererà senz’altro. Mia madre e Lili stanno cucinando polenta e sarmale per nutrire gli ubriaconi che giocano a dama.

Mia madre è piuttosto scura di carnagione. Quand’ero bambino per anni mi sono vergognato di lei. È un sentimento orribile

Il dio che loro venerano decide che in casa si sta troppo stretti e fa troppo caldo, perciò la comitiva dei beoni si sposta fuori, sotto il pergolato. Si parla ad alta voce. È vero che qualche volta mi è capitato di raccogliere mio padre, ubriaco e che se l’era fatta sotto, dal fossato al margine della strada, ma da questo punto di vista non sono certamente il più sfortunato, dato che abitiamo in un palazzo di ferrovieri, dove ne succedono di peggiori. Tempo cinque minuti e al gruppo si aggiungono altri quattro esperti di bevute, tutti habitué del bar Alla cagna tramortita.

Vado via felice, più che mai convinto che la decisione di trasferirmi in ufficio sia stata un’ottima idea.

Miserie e fierezze
Ho un ufficio molto carino e ho diversi appuntamenti con i nostri distributori. La giornata scorre senza intoppi, almeno fino a quando ricevo la graditissima visita dei miei parenti. Mio padre ha deciso che deve vantarsi di me, così è arrivato con tutto il corteo degli ubriaconi. Sono le quattro di pomeriggio passate e molti di loro sono già al limite del coma alcolico. Non riesco a capacitarmi di come siano riusciti ad arrivare, visto che ci sono un bel po’ di scale da fare. Le cose sono due: o sono tutti stati dei santi nelle vite passate o dio mi odia. Tuttavia mi rallegro del fatto che nessuno si sia pisciato addosso.

Mia madre è piuttosto scura di carnagione. Quand’ero bambino per anni mi sono vergognato di lei. È un sentimento orribile, che nessun bambino, e soprattutto nessuna madre, dovrebbero mai provare. Mio padre era bianco, ma era ubriacone. Mi vergognavo anche di lui, ma in questo caso avevo decisamente ragione. Era tirchio, buzzurro e razzista. Mariana, mia sorella, è bionda e ha gli occhi azzurri, è bella ed è una persona molto buona. Di lei sì che andavo fiero. E anche di mia cugina Karina, quella che per metà era tedesca e aveva la pelle candida.

Geta e Gogu erano un po’ svitati. Zia Miţa non l’ho conosciuta abbastanza bene, faceva le pulizie in alcuni condomini di Piatra Neamţ. Zio Mihai faceva la guardia in carcere. Zia Lili era infermiera. Zio Ghică faceva il meccanico delle locomotive. Zio Nini ha lavorato la terra per tutta la vita. Zia Lucica faceva le pulizie e poi è diventata una specie di cuoca. La famiglia di mia madre ci è stata molto vicina. Ma quella di mio padre ci odiava, perché eravamo zingari. Eravamo tutti troppo scuri per poter fingere di non esserlo. In famiglia mia madre era quella che aveva la carnagione più chiara. Ed era anche la più intelligente. In realtà forse Gogu era ancora più sveglio, ma era un po’ fuori di testa e aveva un temperamento collerico.

Ho capito che mia madre ha sempre avuto ragione: quello che conta è ciò che fai, non ciò che sei

Del mio essere zingaro non parlavo con nessuno. Avevo una gran voglia di raccontare le meraviglie della mia famiglia: con due streghe, un simpatico mattacchione irascibile che andava nei boschi a uccidere dio, e con parenti sparsi in tutti gli angoli del paese, ne avrei avute di cose da dire.

Una volta, quando avevo dieci anni, il mio miglior amico mi consigliò di non parlare di zingari. Eravamo in un paesino dell’Oltenia, in casa di suo nonno. Era un uomo intelligente, operoso e generoso, ma odiava visceralmente i rom.

Il posto dove stavo meglio era Budrea. Lì tutti erano della mia stessa stirpe e potevo finalmente essere me stesso. Anche da Geta, a Caransebeş, stavo bene. Geta leggeva i fondi del caffè per la metà della gente della città. Sulla mia appartenenza etnica nessuna aveva dei dubbi. E poi pure a Balta Sărată, dove a nessuno sembrava importare nulla di miscugli genetici.

Sotto copertura
Il liceo è stato un periodo complicato. Ero parecchio affezionato alle mie zie e ai miei zii, ma i miei compagni di scuola disprezzavano visceralmente gli zingari. O almeno così credevo. Per questo ho deciso di diventare uno zingaro sotto copertura. Una volta, nel parco Romanescu, mi sono preso un bel po’ di botte da un gruppo di ragazzini rom. Nella vita le avrò buscate sei o sette volte, ma quella è stata la più dolorosa.

Con le ragazze era tutto particolarmente difficile. Mi sentivo sempre sotto la sorveglianza della nazionalità dominante, i romeni, e non osavo portare a casa nessuno. Nel secondo anno del liceo andammo al poligono di tiro, e in classe si parlava di quanto sarebbe divertente sparare alle cornacchie, parola che in romeno è usata per indicare i rom in modo spregiativo.

Allora mi uscì dalla bocca che non avrei sparato alla mie sorelle neanche se fosse stato Ceauşescu in persona o il congresso del Partito comunista romeno a chiedermelo. Alla battuta rise solo un compagno. Dopo qualche tempo venni a sapere che anche lui era un rom sotto copertura.

Perciò credo di aver sviluppato un qualche complesso di inferiorità. Alla festa dei miei diciotto anni Geta disse chiaramente a tutti i ragazzi e le ragazze che erano venuti al mio compleanno che ero zingaro. Mio padre era ubriaco, ovviamente, così non ci fu spazio per repliche. La cosa non mi è stata di grande aiuto.

Sul lavoro i miei colleghi hanno invece reagito inaspettatamente bene. Ai miei datori di lavoro non è mai importato nulla del fatto che discendessi da una rom e da un ubriacone. D’altra parte mia madre è una donna straordinaria. Da allora non ho fatto più caso al mio patrimonio genetico. Ho capito che mia madre ha sempre avuto ragione: quello che conta è ciò che fai, non ciò che sei. Il colore della mia pelle o di quella di mia madre è un problema solo per gli ignoranti, i maleducati e i razzisti.

(Traduzione di Mihaela Topala)

Questo articolo è stato pubblicato sul settimanale romeno Dilema Veche.

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