La scorsa settimana è emersa una nuova divisione tra il primo ministro iracheno Haider al Abadi e le milizie irachene vicine all’Iran. Hadi al Amiri, il leader dell’organizzazione Badr, la principale milizia sciita, ha dichiarato che “è stato prematuro” annunciare e festeggiare la sconfitta del gruppo Stato islamico nel settembre del 2017.

Secondo Al Amiri “cellule dell’organizzazione terroristica sono ancora attive e la lotta per contrastarle non è finita”. Il primo ministro ha interpretato questa dichiarazione come un tentativo di privarlo del suo più importante risultato poche settimane prima delle elezioni, previste per il 12 maggio.

Risposta precipitosa
Il controllo delle milizie, in gran parte addestrate e sostenute dall’Iran, rappresenta una delle sfide più difficili per Al Abadi. Dopo l’annuncio della vittoria il primo ministro aveva ordinato che tutte le armi fossero consegnate allo stato e che i miliziani lasciassero il paese o entrassero nell’esercito ufficiale. Un piano che però non è stato messo in pratica. Al Abadi subisce anche le pressioni degli Stati Uniti, dato che alcuni veicoli corazzati consegnati all’esercito ufficiale iracheno sono andati a finire nelle mani delle milizie filoiraniane.

La risposta di Al Abadi è stata precipitosa. Il suo portavoce, Saad al Hadithi, ha dichiarato che dal punto di vista militare la battaglia è conclusa: “Prima lo Stato islamico controllava il 40 per cento del territorio iracheno, oggi zero. Naturalmente ci sono delle cellule dormienti nascoste qua e là. Ci sono varie sfide per la sicurezza, ma le affronteremo”.

Anche gli abitanti di Kirkuk hanno espresso la preoccupazione che i jihadisti dello Stato islamico stiano cercando di radunarsi a sud della città petrolifera e all’interno di Mosul. Questi jihadisti latitanti minacciano le persone che danno informazioni sui loro nascondigli. Le milizie usano questi argomenti per giustificare la loro permanenza e per rafforzare la loro influenza politica sulle prossime elezioni.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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