Un’esercitazione militare per celebrare la vittoria dell’Iraq sul gruppo Stato islamico, Baghdad, 10 dicembre 2018. (Ameer al Mohammedaw, Picture-Alliance/Dpa/Ap/Ansa)

Giochi di potere in Iraq

Un’esercitazione militare per celebrare la vittoria dell’Iraq sul gruppo Stato islamico, Baghdad, 10 dicembre 2018. (Ameer al Mohammedaw, Picture-Alliance/Dpa/Ap/Ansa)
25 febbraio 2019 17:11

Lo scontro politico tra l’Iran e gli Stati Uniti è già cominciato in Iraq. Tutto ha preso il via come una disputa sul futuro della presenza militare statunitense in Iraq dopo la sconfitta del gruppo Stato islamico (Is). I timori sono nati quando Trump il 3 febbraio ha affermato che le truppe statunitensi sarebbero rimaste in Iraq per “tenere d’occhio l’Iran”.

Nella prossima seduta del parlamento, i politici filoiraniani cominceranno a raccogliere le firme contro la presenza degli americani. Uno dei leader delle milizie, Qais al Khazaali, parlando all’agenzia di stampa Associated Press, è arrivato anche a minacciare di “cacciarli con la forza”.

Da parte sua, l’ambasciata statunitense ha avvertito che, se il governo iracheno dovesse prendere una decisione del genere, non solo si ritirerebbero dall’Iraq tutte le forze della coalizione alleata, ma con loro andrebbero via anche gli investitori internazionali.

Dunque, Washington deve tenere d’occhio l’Iran o combattere l’Is?

L’incaricato d’affari statunitense a Baghdad, Joey Hood, ha dichiarato che “la sconfitta militare dell’Is non significa la fine della minaccia o della sua ideologia”, definendo il gruppo jihadista come una “minaccia internazionale”, che pertanto necessita di una “battaglia internazionale”.

Dunque, tenere d’occhio l’Iran o combattere l’Is? Non è ancora chiaro il ruolo delle migliaia di soldati e ufficiali statunitensi in Iraq.

Stretto nella morsa tra i due avversari, il primo ministro Adel Abdul Mahdi è rimasto neutrale senza esprimere una posizione netta. Per la terza volta ha chiarito che “non ci sono basi americane in Iraq”, ma ci sono addestratori militari di supporto agli ufficiali iracheni. D’altra parte, ha anche specificato che le forze statunitensi non possono usare l’Iraq come base per un attacco contro l’Iran.

Il premier vuole salvaguardare i benefici che derivano dal mantenere stretti rapporti con l’Iran, ma allo stesso tempo vuole rimanere libero di trattare con gli Stati Uniti. In un momento così esplosivo però, tenere due granate nella stessa mano può essere un gioco pericoloso.

(Traduzione di Francesco De Lellis)

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