23 agosto 2021 14:18

Tanto dal governo iracheno quanto dai partiti islamisti al potere non è stata diffusa di fatto nessuna dichiarazione, né in positivo né in negativo, riguardo a quello che sta accadendo in Afghanistan.

Quanto sta succedendo a Kabul (a tremila chilometri da Baghdad) si è riflettuto seriamente sull’Iraq.

Tra i due paesi c’è una storia di ripercussioni e affinità. La rabbia degli Stati Uniti dopo l’11 settembre aveva scatenato una guerra americana che rovesciò due governi, l’emirato taliban in Afghanistan nel 2001 e il governo di Saddam Hussein in Iraq nel 2003.

Quando gli statunitensi arrivarono al palazzo presidenziale di Baghdad con il loro consulente afgano-americano Zalmay Khalilzad, applicarono lo stesso modello su cui avevano lavorato in Afghanistan: la loya jirga, l’assemblea con cui i capi tribali afgani collettivamente decidevano la forma del sistema politico e le modalità di gestione del paese dopo i taliban.

Due tipi di taliban
Il 19 agosto ho esaminato 62 post di Facebook e, come sempre, ho trovato una netta divisione tra gli iracheni su come interpretare quanto accade in Afghanistan. Quarantadue post lo considerano un complotto statunitense per mettere in difficoltà la Russia e l’Iran, d’accordo con i taliban. Meno di dieci lo considerano una sconfitta militare e politica, tre di questi pensano che la situazione avrà dei riflessi in Iraq. Ma la maggior parte dei post allegavano immagini della grande fuga e del caos all’aeroporto di Kabul: “Accadrà questo anche a noi?”

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Secondo il presidente Joe Biden la presenza militare statunitense in Iraq sarà significativamente ridotta entro la fine di quest’anno in base a quanto stabilito nell’incontro dello scorso luglio con il primo ministro iracheno Mustafa al Kadhimi. Il timore è che questo ritiro avverrà tragicamente, come è successo in Afghanistan. Noi in Iraq abbiamo due specie di taliban: il gruppo Stato islamico dall’ovest che aspetta con ansia di tornare operativo, e le milizie irachene filoiraniane impazienti di controllare quel poco che resta del governo ufficiale.

(Traduzione di Francesco De Lellis)