01 marzo 2022 12:17

Il 22 febbraio il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha votato all’unanimità la fine dei risarcimenti economici durati trent’anni per il Kuwait, il piccolo paese petrolifero vicino all’Iraq invaso da Saddam Hussein nell’agosto del 1990. L’invasione aveva spinto l’Onu ad adottare una serie di dure sanzioni e aveva scatenato la guerra del Golfo, sfociata in una massiccia offensiva aerea e terrestre guidata dagli Stati Uniti.

I risarcimenti erano parte delle misure punitive stabilite in base al capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, che riguarda le azioni contro gli stati responsabili di minacce alla pace, violazione della pace e atti d’aggressione. I fondi provenivano da una tassa del 3 per cento prelevata sulle vendite di petrolio, una percentuale che è variata in questi trent’anni, ed erano destinati a essere distribuiti a persone, società e agenzie governative del Kuwait per riparare le perdite causate dalla guerra. L’indennizzo più sostanzioso era rivolto alla compagnia petrolifera del Kuwait, le cui perdite erano stimate in circa 14,7 miliardi di dollari, a causa dell’incendio dei pozzi petroliferi da parte delle forze irachene durante la loro ritirata dal paese.

Una nuova pagina
È stata una punizione severa per l’Iraq, sostiene il giornalista Falah al Mishaal: “Il Kuwait ha ottenuto dall’Iraq 52,4 miliardi di dollari, molto di più di quanto ha perso nel corso dell’invasione irachena”.

Il ministro degli esteri iracheno Fouad Hussein ha annunciato agli iracheni che Baghdad è fuori delle procedure del Capitolo VII dopo aver pagato l’intera somma del risarcimento al Kuwait. Nel corso del suo discorso alla seduta del Consiglio di sicurezza, Hussein ha dichiarato: “Oggi l’Iraq chiude una pagina importante della sua storia, durata più di trent’anni. E si apre una nuova pagina nella storia diplomatica, politica ed economica del paese, che rafforzerà il suo ruolo regionale e internazionale”.

Come sempre, le reazioni degli iracheni sono state molteplici. La comunità sciita era impegnata nell’annuale pellegrinaggio a piedi al santuario di Al Kadhimayn (in cui si trovano le tombe degli imam Musa al Kadhum e Muhammad al Jawad), ma questo non gli ha impedito di commentare la buona notizia proveniente da New York. Ho preso in esame venticinque diversi commenti su Facebook. Molti accusano Saddam della sanguinosa avventura.

“È stato lui a farla, ed è andato all’inferno. Perché il nostro popolo innocente deve pagarne il conto?”, si chiede Zainab Habib.

A. Mola invece domanda: “Perché l’Iraq non chiede risarcimenti agli Stati Uniti e al Regno Unito per la loro invasione e occupazione del paese?”.

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Nabil Jaafar, professore all’università di Bassora, afferma che è tempo che il governo iracheno “chieda di essere rimosso dai Capitoli VII e VI e solleciti la liberazione dei suoi conti finanziari, soprattutto dei proventi petroliferi che finiscono alla banca federale statunitense per detrarne la quota di risarcimenti al Kuwait”.

Jaafar sostiene che “l’intenzione del governo dopo la fine dei risarcimenti è stabilire un fondo sovrano di cui il 3 per cento sia destinato a investimenti in patria e all’estero, come sorta di cuscinetto contro le crisi internazionali alle quali va incontro l’Iraq in quanto paese dipendente da una rendita”.

Safiya B. afferma: “Non è una buona notizia per me o per i comuni cittadini. Il grande squalo iracheno apre la sua grossa bocca per ingoiare un altro sostanzioso e inatteso boccone”.

(Traduzione di Francesco De Lellis)